Esteri

Morto Kumana, l'uomo che salvò Kennedy dalla morte

Jfk era imbarcato nel Pacifico negli anni della seconda guerra mondiale. Durante un combattimento la sua imbarcazione venne affondata e lui, insieme ai superstiti, riuscì a raggiungere un'isola deserta

Alla fine è morto. In silenzio, proprio come ha vissuto. Lui che potrebbe, forse, essere ricordato come uno degli eroi più significativi del XX secolo. In fondo, ha solo salvato JFK dalla morte. Era uno dei due uomini delle isole Solomon che salvarono la vita al futuro presidente degli Stati Uniti d’America, durante la seconda guerra mondiale. Si è spento a 93 anni. Eroni Kumana non ha mai dimenticato l’uomo che ha salvato, che lo ha poi ringraziato nominandolo “capo onorario”. «Le parole nn possono veramente descrivere quale persona assolutamente unica fosse» A dirlo è lo storico locale e proprietario di una scuola di sub Danny Kennedy. Senza alcun legame di parentela con la famiglia americana. «Ogni volta che lo vedevo – ha continuato – era l’uomo più socievole e animato che io avessi mai visto, nonostante i suoi 93 anni. Ma non penso lui abbia mai veramente realizzato la grandezza della sua azione e le sue conseguenze politiche». Il nipote di Kumana, Rellysdom Malakana, ha dichiarato: «Non si sentiva speciale. Ma sono stati gli americani a spiegare a mio nonno quale grande uomo sia stato, lui che era l’eroe che salvò JFK». Nelle prime ore del 2 agosto del 1943 la US Navy, con i suoi “Patrol Torpedo”, era posizionata proprio di fronte la costa delle isole Solomon, allora riconosciute come protettorato inglese, non lontano dalla Papua Nuova Guinea. La loro missione era intercettare i convogli giapponesi che regolamente trasportavano soldati per combattere le forze militari americane nel Pacifico. Al comando di una loro, la PT-109, c’era il sottotente John F Kennedy, allora un ragazzo di 26 anni, dal Massachusetts che si era arruolato in marina due anni prima. La mission era semplice: abbattere navi giapponesi. Ma quella volta nessuno dei torpedo lanciati colpì la nave nemic.a. Gli americani decisero di ritirarsi e tornare alle basi per rifornirsi di armi e munizioni, ma la PT-109 rimase indietro. Gli archivi, dalla biblioteca JFK a Boston, riportano la descrizione di “una notte totalmente nera, senza luna, il che rendeva l’individuazione del nemico molto più difficile”. Il disastro avviene alle 02:30 di notte, quando un “destroyer” giapponese sperona la nave di Kennedy, squarciandola. Lui e molti dei suoi uomini furono gettati in acqua dalla forza dell’impatto, due morirono nell’urto e uno fu gravemente ferito. I sopravvissuti passarono la notte aggrappati ai pezzi del relitto; nuotarono per quasi tre miglia e mezzo, dirigendosi verso l’isola più vicina. Secondo i racconti di allora, Kennedy avrebbe nuotato tenendo per i denti la giacca di un commilitone ferito, per non abbandonarlo nelle acque in preda agli squali. Approdati sull’isola, gli uomini rimasero li per due giorni, vivendo di cocco ma con la prospettiva sempre più remota di essere recuperati. E il cibo stava finendo. Sperando di aumentare le possibilità di salvezza, e per cercare anche dell’acqua fresca, Kennedy riportò i superstiti nell’oceano, affrontando una durissima nuotata contro le onde che si schiantavano sull’isola. E’ stata la decisione che gli ha salvato la vita. Il 5 agosto, Kennedy e il suo commilitone George Ross lasciarono gli uomini sulla nuova isola sulla quale si erano rifugiati, per andare di nuovo in cerca di acqua e cibo. Proprio allora incontrarono due uomini in canoa, uno era Kumana e l’altro il suo amico Biuku Gasa. A prima vista i due isolani furono spaventati dall’incontro, dice il nipote di Kumana, Malakana. «Vedendo queste due persone - spiega il nipote -  si immaginarono fossero dei giapponesi. Cosi remarono via con tutte le loro forze. Lasciando Kennedy a urlare disperatamente sulla spiaggia. Fortunatamente, durante la fuga, incontrarono il resto della truppa, che li convinsero di essere americani. Allora si fidarono». Durante una intervista, nel 2002, alla National Geographic, Kumana stesso ricordò il momento dell’incontro coi superstiti. «Alcuni di loro piangevano – disse Kumana – e altri venivano verso di me agitando le mani. Quando Kennedy ci vide, corse verso di noi e ci abbracciò». Kumana e Gasa lavoravano come guardacoste, un network di agenti con base nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. Il loro compito era pattugliare le zone e riferire agli Alleati su eventuali attività nemiche nella zona. Kennedy sapeva che bisognava mandare un messaggio alla base per essere recuperati. Lo scrisse su un cocco. Durante la presidenza, utilizzò quel cocco come fermacarte sulla scrivania della Camera Ovale. “Siamo vivi” c’era scritto sopra.   Kumana e Gasa presero il pezzo di cocco, lo misero viva e pagaiando, mettendo a serio rischio la loro stessa vita, ritornarono in mare aperto. La destinazione era un’isola distante 35 miglia, 55 km, dove gli alleati australiani avevano un Coastwatcher, una nave della marina. Il problema era attraversare la zona completamente in mano ai giapponesi. I giapponesi avevano un’abitudine spietata, riporta Danny Kennedy, usavano i locali “obiettivi mobili”, sparavano a vista; inoltre, se uno di loro fosse stato pizzicato con un messaggio come quello che i due stavano portando, era morte certa. Ma i due arrivano a destinazione, esausti. Subito parti’ l’operazione di recupero per i marinai di Kennedy, esausti, distrutti, che gia’ tutti davano per morti. Gli eventi di quella settimana del ’43 non devono essere passati invano nella vita di JFK, fu premiato per il coraggio e la determinazione per aver salvato i suoi commilitoni. Molti pensano che le sue decisioni prese in quella circostanza abbiano inciso profondamente su quelle che poi avrebbe preso nel ’60 come Presidente degli Stati Uniti d’America. Nonstante l’ascesa politica di Kennedy, JFK non dimentico’ mai Kumana e Gasa. Furono anche invitati alla cerimonia di inaugurazione della Presidenza. Nonostante non si siano piu’ visti i tre si scrissero spesso. Kennedy e Gasa avevano un rapporto epistolare regolare durante il primo anno presidenziale. Ad aiutare Gasa a parlare con l’uomo più potente della terra era un ministro metodista della Nuova Zelanda, che aveva il compito di traduttore. Sempre nell’intervista del 2002 Kumana parlò anche del momento in cui scopri’ dell’assassinio di Kennedy. «La mia tristezza fu grande – disse – non l’avrei piu’ rivisto». Ma Kumana e Gasa conobbero almeno un altro membro del clan Kennedy: Max, figlio di Robert e nipote del presidente che andò a trovarli nel 2002 alle Solomon Islands. «E’ tradizione delle isolo Solomon piangere pubblicamente quando qualcosa ti colpisce – spiega Danny Kennedy – quando si incontrarono Kumana e Gasa piansero e lo abbracciarono per un bel po’ di tempo. Alla fine, tutti insieme, andarono a pagaiare intono all’isola». Nel 2008 Kumana decise di voler porre i suoi omaggi sulla tomba dell’amico. Chiese e ottenne che una bakia, una enorme conchiglia della sua isola, utilizzata anche per scambi commerciali, di enorme valore, fosse posizionata sulla tomba presidenziale. La famiglia accolse la richiesta.

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