Di lui l'opinione pubblica non si era più interessata, almeno da quando era stato costretto a lasciare la guida della sua Georgia dalla cosiddetta rivoluzione delle rose. Un destino spesso riservato ai dittatori e che invece mise fine alla carriera politica dell'uomo che aveva contribuito in maniera determinante alla distruzione della dittatura dell'impero comunista sovietico. Eduard Shevardnadze si è spento ieri a 86 anni dopo una lunga malattia e dopo anni di silenzio. Eppure è stato un protagonista assoluto del '900. Così come quel secolo era iniziato con la guerra mondiale, la rivoluzione russa con uomini come Lenin e Stalin, di fatto si conclude con la fine della maggiore dittatura europea con due protagonisti assoluti Mikhail Gorbaciov e appunto il georgiano Shevardnadze. Loro i padri di quella stagione delle riforme che portò alla caduta del muro di Berlino nell'89 e alla successiva riunificazione della Germania, loro gli artefici delle liberalizzazioni economiche e dell'autonomia dei paesi satelliti tanto da impedire, come avvenne invece in passato in Cecoslovacchia e Ungheria, all'Armata Rossa di intervenire militarmente per salvare i regimi comunisti. E nel giro di pochi mesi si dissolse un mondo che sembrava impenetrabile e imbattibile, andò in frantumi la stessa Unione Sovietica. Ma gli stessi protagonisti della perestroika finirono per essere schiacciati tra i nostalgici del passato che tentarono perfino un colpo di Stato a Mosca e gli innovatori che con il passato volevano chiudere in maniera definitiva. A farne le spese è stata quella classe politica che cresciuta nel Pcus sotto Breznev aveva preso il potere, aveva compiuto un tratto del cammino, lasciando ad altri il compito di ricostruire un nuovo stato, nuovi equilibri e nuove relazioni internazionali. Eppure all'inizio della sua carriera politica poco lasciava presagire quale sarebbe stato l'apice della sua attività e soprattutto la radicalità di certe scelte. Shevardnadze era nato il 25 gennaio del 1928 nel villaggio di Marmati sul Mar Nero. Il suo Paese aveva già da tempo perso l’indipendenza entrando a far parte dell'Urss. A Mosca, finito lo slancio rivoluzionario di Lenin e dei bolscevichi, prendeva il via la stagione stalinista, l'industrializzazione forzate, la sfida con l'occidente. Ancora diciottenne, alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1946 aderì al partito comunista. Scelta scontata per milioni di sovietici. Ma per il giovane Shevardnadze era qualcosa di più che l'adesione alla propaganda del regime, perché nel partito comunista, il futuro artefice della perestroika, fece carriera fino a diventare nel 1972 il capo del partito nella regione georgiana. La sua inclinazione riformatrice traspare da alcune timide liberalizzazioni economiche nella sua zona e dalla lotta alla corruzione. Un impegno che ebbe risultati modesti, tanto che il problema se lo ritroverà ancora più grande quando prenderà in mano la guida della Georgia. Gli anni '70 e '80 sono cruciali per l’Urss, i piani economici non hanno dato i risultati sperati, la sfida spaziale con gli Usa era stata di fatto abbandonata, non la sfida sugli armamenti che stava assorbendo gran parte delle risorse dell’impero. Inoltre sempre più germogliavano sacche di dissenso tra i paesi satelliti, difficili da controllare senza ripetere invasioni come quella di Praga. Inoltre l'Urss si trovava impantanata in Afghanistan. Le alternative per lo stato maggiore del Pcus erano due: la linea della fermezza e l’uso della forza o un cauto riformismo per mitigare la sotterranea insoddisfazione. Che il fuoco covasse sotto la cenere risultò evidente quando, attenuati i controlli, dalla Germania Est migliaia di famiglia con le vecchie Trabant si misero in marcia verso ovest, verso la terra della libertà. E in Polonia l'elezione di Giovanni Paolo II era molto di più che una speranza. Rappresentava il sogno di libertà, religiosa e non solo. Così le autorità comuniste polacche e russe dovevano fare i conti con Walesa e Solidarnosc. Senza contare che il movimento culturale di protesta nell'Urss aveva portato a conoscenza i gulag e le brutalità. Non tutto poteva essere messo a tacere, non tutte le proteste potevano essere represse. Fu forse anche per questo che il gigante comunista, a metà degli anni '80, pensò di affidarsi a Mikhail Gorbaciov. Appena eletto, il nuovo segretario del partito comunista sovietico chiamò al suo fianco il comunista progressista georgiano. Un cambio di epoca che mise l'occidente in prudente attesa ma che provocò subito nell'impero dell'est grandi aspettative. Così si arrivò a votare in Ungheria in una situazione di apparente libertà . Il fermento si espandeva rapidamente ovunque, le azioni repressive di esercito e polizia non trovavano il supporto esplicito delle autorità politiche e talvolta anche la condanna. Non solo, ma Shevardnadze mise a punto anche una teoria, che prese il nome di Sinatra, prendendo spunto da una celebre canzone dell'artista, che lasciava a tutti i paesi libertà di scelta. Non ci sarebbe stato alcun intervento sovietico per ristabilire l'ordine più gradito a Mosca. Un atto fondamentale di autodeterminazione che mandava definitivamente in cantina la teoria Breznev sulla sovranità limitata degli alleati. Gorbaciov e Shevardnadze lo fecero perché convinti o perché ormai impossibilitati a fare altro? Sicuramente cercarono così di salvare il sistema comunista con robuste iniezioni di democrazia. Ma democrazia e comunismo rivelarono subito la loro impossibile convivenza. L’unica cosa certa che emergeva con chiarezza era il fallimento del sistema sovietico tanto che ben presto entrarono in crisi tutti i partiti comunisti dell'occidente, quelli che avevano portato milioni di persone a sognare il mondo dei soviet. Anche il più grande partito comunista d'occidente, cioè il Pci, intensificò la propria evoluzione fino ad arrivare, agli inizi degli anni '90, a cancellare il nome comunista dando vita a una nuova formazione. Ma nell'Urss la situazione stava facendosi drammatica, la vecchia guardia protestava e reagiva, nello stesso tempo le liberalizzazioni non avevano fatto emergere una nuova classe economica. Così mentre nel 1989 iniziava il percorso di riunificazione della Germania, mentre i paesi dell'est conquistavano la propria autonomia, il patto di Varsavia si frantumava mettendo fine alla guerra fredda, a Mosca si vivevano giorni difficili tanto che si ruppe perfino il patto tra Gorbaciov e il suo amico Shevardnadze. Ci fu anche il tentativo di un colpo di Stato di nostalgici dell'antico potere. Il tentativo fu facilmente represso, ma a farne le spese fu lo stesso Gorbaciov che lasciò via libera a Ieltsin forse considerato più credibile, più innovatore e sicuramente divenuto più popolare. È la fine dell'Urss, le repubbliche sovietiche rivendicano e ottengono la loro autonomia. Shevardnadze, ritorna nella sua Georgia, uno dei Paesi più turbolenti del Caucaso. Scontri e tensioni che accompagneranno la sua esperienza politica nella sua patria. Guerre e tensioni con Mosca, il proposito di entrare sotto la protezione Nato. Una situazione quella che trova l'ultimo ministro degli esteri dell'Urss che oggi sta vivendo l'Ucraina. Così nel '92 ritornando a Tbilisi trova una città devastata e in guerra. Con la nuova Costituzione approvata nel 1995, l'ex ministro fu eletto presidente. Fu oggetto di tre attentati, ma senza subire gravi conseguenze. Fu riconfermato nel 2000. Le elezioni del 2003 furono aspramente contestate dall'opposizione all'ex ministro. Fu un movimento di piazza, la rivoluzione delle rose a mettere fine alla carriera politica del grande innovatore, che secondo le accuse dei contestatori, ha fallito proprio nel suo paese dimostrando poco coraggio sulla strada delle riforme, non contrastando corruzione e criminalità. Era il 2003 e su Shevardnadze è calato il silenzio. Ora che è morto sarebbe il caso di riaprire una riflessione su quegli anni e su quegli uomini. Ciò che ora appare un esito scontato, il naturale progredire della storia dell'uomo, allora non lo era affatto. Il comunismo è fallito nella pretesa di poter garantire sviluppo e benessere di più e in modo più equo rispetto all'economia di mercato. Ma l'agonia poteva essere drammatica per tutti, con reazioni e violenze imprevedibili, se non ci fossero stati due comunisti, consapevolmente o meno, a staccare la spina a un sistema morente. E quei due uomini erano Gorbaciov e Shevardnadze. Che siano stati comunisti pentiti o soltanto strumenti della storia poca importa; resta il fatto che dopo di loro il mondo non è stato più lo stesso.
Addio a Shevardnadze il comunista dal volto buono
di Giuseppe SanzottaDi lui l'opinione pubblica non si era più interessata, almeno da quando era stato costretto a lasciare la guida della sua Georgia dalla cosiddetta rivoluzione delle rose. Un...
