Diceva Mussolini che il cinema è l'arma più forte e non aveva torto. Gli indiani lo sanno bene e della loro produzione filmica hanno fatto un’impresa ed un marketing da far girare per il mondo che si riassume in un nome: Bollywood. Bollywood non è un refuso con una b scappata via al posto di una h ma il nome della più grande industria cinematografica del mondo che proprio lo scorso anno ha compiuto 100 anni. Con i suoi mille film all'anno, sei milioni di persone impiegate, le popolari colonne sonore e le superstar adorate come delle divinità induiste, l'immagine della buona e numerosa famiglia indiana, il grande schermo è diventato anche uno strumento di diplomazia. Un «soft power» del gigante asiatico nelle relazioni internazionali. Sia in termini economici, di produzione di film, sia in termini di biglietto da visita edulcorato che sta lì a raccontare (a chi ci crede) quanto sono bravi, belli e buoni gli indiani. Il nomignolo Bollywood sta ad indicare il cinema hindi di Mumbai (antica Bombay) ed è emerso solo negli anni Settanta, quando la produzione cinematografica indiana ha superato quella di Hollywood ed è arrivata la fusione tra Bombay ed Hollywood (ma solo nel nome). Questo soft power, tra l'economico e il culturale, negli ultimi due anni e passa, con i nostri due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ha continuato a rappresentare l'India. A diffonderne l'immagine buona, in fondo. Le componenti del cinema indiano sono varie, ma in questo genere bollywoodiano c'è la musica, l'amore, le indiane belle, famiglie con tanto affetto. Per dare un'idea del peso, nella costruzione dell'immagine di Nuova Delhi e dintorni, che abbia il cinema basti pensare che - dopo anni di dialogo difficile tra il mercato indiano del cinema di genere e quello Usa - nel maggio scorso dei produttori canadesi (ma di origine indiana) di Original Entertainment hanno avuto un'idea: realizzare in India i remake di grandi successi americani come «Rambo» o «I mercenari». Sempre più spesso poi, le produzioni bollywoodiane, vengono a girare in Europa. Italia compresa. È successo anche in questi due anni di prigionia dei nostri due marò. È opportuno che accada? Questa domanda a Lecco ha creato un caso. Eccone la cronaca. Ai primi di febbraio di quest’anno l'amministrazione provinciale di Lecco ha detto no alla richiesta di poter girare un film di Bollywood a Villa Monastero di Varenna, sul Lago di Como. La ragione: una risposta all'atteggiamento dell'India sul caso dei due marò. Il rifiuto a una produzione cinematografica made in India arrivò da Daniele Nava (del Nuovo centrodestra), presidente della Provincia, ente proprietario della villa che lo motivò così. «Mi fa enorme piacere che questo mio rifiuto ad autorizzare le riprese di un film indiano a Villa Monastero sia stato compreso nel suo reale significato: la vicenda dei due marò è un oltraggio all'Italia. Prima vengono i diritti umani e il rispetto delle persone, poi i vantaggi economici e di immagine che sicuramente un film girato sul lago porterebbe. Su questo non transigo. In questo momento l'India è un Paese che non rispetta le norme del diritto internazionale, visto che tiene detenuti da due anni i nostri connazionali Girone e Latorre in attesa di giudizio». Secondo la Film commission Lombardia (la cui sezione Lecco Film Commission aveva fatto domanda alla Provincia per chiedere l'autorizzazione per la casa di produzione indiana, ndr), nelle parole del suo direttore generale, Alberto Contri, invece sarebbe stata la stessa produzione indiana, all'epoca, ad aver deciso di rinunciare. «La produzione indiana aveva già disdetto le riprese a Villa Monastero - queste allora le parole di Contri. Lo stesso giorno è arrivata la loro decisione. I costi di questo film stavano diventando troppo onerosi e gli indiani hanno scelto di cancellare la location sul lago. Le scene interne verranno girate in India e per le esterne stanno cercando una villa ben più scenografica di Villa Monastero. Non sapevo neppure della presa di posizione dell' amministrazione provinciale». Da parte sua Nava controreplicò: «Apprendo dalle Agenzie di stampa e dai giornali locali che Film Commission Lombardia comunica che in realtà la produzione indiana aveva già deciso di rinunciare a girare il film a Villa Monastero. Confermo che non ero a conoscenza del cambio di rotta dichiarato da Film Commission, se mai c'è stato. E tengo a precisare che la Provincia di Lecco non ha mai denigrato e messo in discussione il lavoro della Film Commission e della Casa cinematografica. La decisione è stata presa sulla base di convinzioni precise e al di là dell'interlocutore, che oggi purtroppo non coglie o non vuole cogliere il nocciolo della questione, difendendosi con motivazioni che non trovano alcun riscontro formale e sostanziale. Con queste polemiche si rischia di perdere di vista lo spirito di questa scelta». La vicenda di Lecco, al di là della cronaca, pone un tema politico, culturale, di identità nazionale, forte: è giusto far girare film indiani in Italia con i nostri due marò ancora prigionieri in barba al diritto internazionale? Secondo noi no. Se li facessero a Bollywood.
Bollywood, il volto buono dell’India che si tiene i fucilieri
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