Esteri

Usa delusi da Yulia che bloccava le riforme-salasso

Alessandra Zavattaa.zavatta@iltempo.it Quel che s’ha da fare per rendere l’Ucraina un paese moderno gli Stati Uniti lo avevano già disegnato nel 2010. Quando l’ambasciatore americano a Kiev John...

Quel che s’ha da fare per rendere l’Ucraina un paese moderno gli Stati Uniti lo avevano già disegnato nel 2010. Quando l’ambasciatore americano a Kiev John F. Tefft parlava di riforme con Viktor Pynzenyk, ministro delle Finanze nel governo all’epoca guidato da Yulia Tymoshenko. Aumento del prezzo del gas, riforma delle pensioni con l’incremento di due anni per gli uomini e tre anni per le donne dell’età per la quiescienza, incremento del prezzo dei trasporti con la cancellazione dei trattamenti di favore per anziani e malati, ritocco al rialzo delle tasse sulla benzina. Tutte misure inserite da Pynzenyk nel piano di riforme passato a Tefft, come testimonia il cablogramma inviato dall’ambasciatore statunitense a Washington il 24 febbraio 2010. Come anche l’abolizione del sussidio per nascite, pasti e libri di testo per gli studenti. Oltre all’eliminazione delle esenzioni Iva per i medicinali, all’incremento del 40% delle tariffe dell’elettricità, al bando dei sussidi per la carne di maiale e pollo, alla riduzione del governo a soli 14 ministri tagliando sei dicasteri. E, dulcis in fundo, la privatizzazione delle miniere di carbone, tra le colonne portanti dell’economia locale. Riforme pesantissime per una nazione tra le più povere d’Europa. Il cablogramma classificato come «confidenziale» è stato pubblicato da Wikileaks. L’organizzazione di Julian Assange non si è fatta sfuggire il documento che, leggendolo, testimonia come gli Usa siano interessati da molto tempo ad una drastica politica di riforme per l’apertura al mercato (e alla globalizzazione) dell’Ucraina. Occasione a cui ha chiuso la porta il presidente Viktor Janukovyc declinando due mesi fa l’offerta di far entrare il paese nell’Unione Europea perché l’ammodernamento di strutture infrastrutture avrebbe richiesto un investimento da 45 miliardi di dollari forniti dal Fondo Monetario Internazionale e poi (ovviamente) da restituire con gli interessi. Dell’intervento dell’Fmi ne discutevano già nel 2010 il ministro delle Finanze di Kiev e l’ambasciatore di Washington. Il primo sostenendo di «essere d’accordo con il pacchetto dell’Fmi per l’Ucraina, incluso l’aumento del prezzo del gas e la riforma delle pensioni». Il secondo facendo capire il disappunto per le attese non tradotte in realtà dalla premier Timoshenko. Con Pynzenyk che sottolinea l’occasione mancata (e cioé la crisi economica) per riformare il paese. Scrive Tefft: «Pynzenyk dice che per Timoshenko è facile non far nulla per riformare l’economia. Lei vuole consolidare il potere nelle proprie mani. Il populismo la aiuta in questo, le riforme no». La premier, concentrata a distruggere l’opposizione rappresentata da Janukovyc, secondo il suo ex ministro, non voleva percorrere strade che risultassero impopolari. «Pynzenyk sostiene che spingere il paese in una crisi profonda - prosegue l’ambasciatore - potrebbe effettivamente essere un vantaggio, perché gli elettori e i leader si sentirebbero in modo più acuto la necessità di un cambiamento

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