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Ban Ki-moon come Pilato se ne lava le mani

Il segretario Onu non vuole inimicarsi il paese-chiave per le missioni. L’India fornisce il numero più alto di militari in tutti gli scenari

Ban Ki-moon come Pilato se ne lava le mani

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Il conflitto di interesse del signor Ban Ki-moon. Dietro la decisione del segretario generale delle Nazioni Unite di lavarsi le mani della “questione marò” c’è la volontà di non fare nulla che possa irritare New Delhi visto che è una delle nazioni che fornisce il maggior numero di militari peacekeeping alle missioni Onu in giro per il mondo. L’India, infatti, insieme a Pakistan e Nepal è tra i Paesi che forniscono il maggior numero di peacekeepers: quasi diecimila unità. Ma anche l’Italia non è da meno visto che i soldati italiani con il basco blu e le insegne dell’Onu sono oltre duemila, primo tra i Paesi occidentali seguito dalla Francia. E non né un caso che siano le nazioni meno sviluppate, anche se ormai l’India è tra i Paesi economicamente emergenti, a inviare i propri soldati a infoltire i contingenti internazionali in virtù di una paga giornaliera che si aggira sui duemila dollari e supera di gran lunga il reddito medio di quei Paesi. Ban Ki-moon pilatescamente non vuole infastidire l’India e così evitare una possibile ritiro dei militari indiani dalle forze Onu nonostante questi, ovunque sono presenti, hanno creato non pochi problemi all’istituzione internazionale. I ripetuti casi di stupri, vessazioni, contrabbando che hanno visto i militari indiani coinvolti durante le missioni per conto delle Nazioni Unite e persino la complicità nel rapimento di soldati israeliani durante il loro mandato in Unifil in Libano abbiano messo in imbarazzo il Palazzo di Vetro e fatto venir meno la fiducia verso l’organizzazione.

Ora l’Italia potrebbe reagire e ritirare, come del resto in passato hanno fatto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, i propri militari dalle missioni Onu. La prima potrebbe essere l’UNMOGIP quella che vede i nostri soldati impegnati sul confine tra Pakistan e India nella regione del Kashmir istituita dal lontano 1976. Gli osservatori italiani che garantiscono il rispetto del cessate il fuoco potrebbero essere richiamati e lasciare il confine a rischio visto l’aumentata capacità degli estremisti pakistani di voler riprendere il conflitto con l’India. Ma soldati italiani sono anche in Marocco nella missione MINURSO per il rispetto del referendurm del Sahara occidentale che vede il Fronte Polisario eil Marocco contrapposti. Ancora in Africa militari italiani in Darfur nell’UNAMID e nelle Acque somale, con Unione europea e Nato, nel contrasto della pirateria come stabilito dalle numerose risoluzioni Onu votate sin dal 2008. Da ormai due decenni l’Italia fornisce osservatori al MFO nel Sinai per il rispetto degli accordi di Camp David. Presenti in Israele con UNTSO e in Siria. Qui sono 17 i militari con il tricolore che fanno parte dell’UNSMIS stabilita con la risoluzione 2042 che impegna 300 militari di diverse nazioni nello scenario siriano. La più antica presenza italiana in contingenti Onu è quella a Cipro come forza di interposizione tra turchi e greco ciprioti.

Discorso a parte merita la missione UNIFIL nel sud del Libano dove l’Italia ha più volte avuto la responsabilità politica e militare. La presenza italiana è frutto di una specifica richiesta delle nazioni coinvolte. L’India a suo tempo creò non pochi problemi diplomatici e militari. L’Italia ha 1.500 soldati schierati tra Tiro e la Linea blu del confine tra Libano e Israele e fornisce un importnate contributo nella campagna per lo sminamento dei territori dove nel 2006 si combatte il conflitto tra Hezbollah e Israele. Il ritiro di questo contingente mettere in seria difficoltà il Palazzo di Vetro e il suo segretario con la sindrome di Pilato.

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