MAPUTO (Mozambico) Non teme le polemiche. Non evita le domande scomode. E le sue risposte sono dirette, chiare, come gli occhi celesti che ti fissano con intensità. L’ammiraglio Paolo Treu, «classe» 1958, sulle spalle l’onore ma anche l’onere di comandare le quattro navi del 30° Gruppo della Marina Militare sulle quali sono imbarcati 1240 uomini e donne impegnati nella missione internazionale «Un sistema Paese in movimento», sintetizza lo spirito dell’iniziativa: «Io sono quello che dò agli altri, rimango in quello che lascio, non in quello che mi tengo - dice - E il sorriso di un solo bambino mio ripaga più dello stipendio...». Quali sono state le reazioni nei luoghi dove vi siete fermati dal 13 novembre a oggi? «Ad Abu Dhabi mi hanno chiesto stupiti: le marine di solito svolgono operazioni squisitamente militari, voi no, come mai? Io ho risposto che noi siamo la Marina italiana e ci mettiamo il cuore. Sempre. E ciò vale per tutte le forze armate tricolori. Inoltre, questo atteggiamento, che ci viene spontaneo e naturale, contribuisce a proteggerci, perché stabilire un buon rapporto con la gente del posto dove si interviene ha un feedback positivo in termini di informazioni. Quindi, di prevenzione». L’obiezione di molti è che non si può unire «l’arte della guerra» a un’operazione umanitaria. «È una critica ridicola. Perché non usare appieno uno strumento che ha molteplici capacità? Andiamo in giro con un ospedale itinerante a disposizione dei marinai, perché non metterlo a disposizione anche di chi non ha i soldi per curarsi?». Di chi è stata l’idea della missione? «L’idea inedita del Capo di stato maggiore Giuseppe De Giorgi è stata quella di organizzare una campagna navale che poteva dare prove concrete delle capacità realizzative del popolo italiano e, insieme, trasmettere alcune sue spiccate caratteristiche, come lo spirito di solidarietà». I suoi marinai si espongono al rischio di infezioni di vario tipo. Lavorano al fianco di bimbi malati di Aids, tigna, tubercolosi. Si è detto che non bisognava far loro correre questo rischio... «Le squadre di lavoro sono composte da volontari. Non obblighiamo nessuno a partecipare. Lo fanno volentieri. E poi tutti hanno fatto un’adeguata profilassi e le dovute vaccinazioni». L’aspetto umanitario ha costi aggiuntivi? «A lei, come cittadino, questa missione non costa un cent in più di quello che costerebbe addestrare gli uomini nel Mediterraneo. E gli sponsor hanno permesso che, invece di due mesi e mezzo, possa durare il doppio». A bordo della portaerei Cavour ci sono anche stand con armi di vario tipo, dai missili alle pistole Beretta. Pure questo è stato causa di polemiche. «È un’esposizione. Noi non vendiamo armi. Chi le vuole comprare, se è un Paese in regola a tal proposito, deve rivolgersi al governo italiano, che farà i suoi controlli». Voi vi fermate in ogni porto solo pochi giorni, date una mano, ma questo non risolve il problema, è una goccia nell’oceano... «Forse, però le voglio fare un esempio. A Mombasa, in Kenya, c’era un istituto per sordomuti completamente al buio. E nell’oscurità non potevano comunicare tra loro con i segni. È bastata una lampadina per cambiare la vita di queste persone. Le pare poco?».
La Marina con gli ultimi. L’ammiraglio: «Anche questa è prevenzione»
dall'inviatoMaurizio GalloMAPUTO(Mozambico) Non teme le polemiche. Non evita le domande scomode. E le sue risposte sono dirette, chiare, come gli occhi celesti che ti fissano con intensità. L’ammir...
