MAPUTO (MOZAMBICO) Sono settantacinque. Il più piccolo ha pochi mesi di vita, il più grande dodici anni. Cinquanta hanno l’Hiv. Una decina sono «soltanto» sieropositivi. Tutti hanno perso la madre e il padre, uccisi dall’Aids. Per non parlare della tubercolosi e della malnutrizione, che qui sono considerate come un semplice raffreddore. Vivono in una borgata-baraccopoli nella zona dell’aeroporto di Maputo, in una struttura gestita dalle suore di Madre Teresa dal nome che stride con il loro tragico destino di inconsapevoli condannati a morte: «Casa da alegria». Da un paio di giorni, nella «casa dell’allegria» sono al lavoro sette uomini della fregata Bergamini, una delle quattro navi del 30° Gruppo Navale della Marina Militare impegnate nella missione battezzata e fortemente voluta dal Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe De Giorgi. Lo fanno come volontari, senza prendere un euro in più del loro stipendio. E lo fanno con il sudore che gli cola sul viso e il sorriso sulle labbra. Il loro compito è riparare i condizionatori d’aria, gli scaldabagni, l’impianto elettrico e quello idraulico dell’orfanotrofio. Una manciata di ore di lavoro, qualcuno potrebbe dire un’operazione di facciata che, una volta levate le ancore, lascerà la situazione più o meno invariata. Ma chi lo pensa sottovaluta il segnale, l’esempio, il messaggio che dice: quel messaggio resterà. «In 25 anni è la prima volta che viene qualcuno a darci una mano - conferma sorella Linda - La maggior parte dei nostri piccoli ospiti ha l’Aids e solo pochissimi, a 12 anni, potranno essere adottati da famiglie del Paese o essere trasferiti in un istituto per minori. Gli altri, quelli sieropositivi o con l’Hiv, non li vuole nessuno e resteranno con noi fino alla fine». Sister Linda abbassa gli occhi. Tutti e due sappiamo che significa. Alcuni dei bambini oggi non ci sono. Sono saliti di buon’ora su un pullmino e sono andati sull’«Etna», dove i volontari della Fondazione Francesca Rava ne visiteranno 60-80 al giorno e li riforniranno gratis di lenti da vista che altrimenti non potrebbero permettersi a seconda della patologia. «Erano contenti stamattina, felici e stanchi, perché la notte non hanno chiuso occhio eccitati dall’idea di salire su una grande nave», racconta la religiosa. Lasciamo l’orfanotrofio salutando i marinai all’opera e pensiamo ai nostri ragazzi in Italia, drogati di benessere. Raimondo, capo di prima classe, sembra leggerci nella mente e, dopo essere scattato sull’attenti per salutare i nostri accompagnatori, gli ammiragli De Giorgi e il comandante del Gruppo navale Treu, osserva: «Questo posto lo dovrebbero vedere i nostri figli, sarebbe una grande lezione di vita per loro». Lo è anche per noi. Ci spostiamo verso il centro della città, attraversando strade di fango e favelas maleodoranti, e arrivando davanti all’«Infantario 1° de maio», una materna con 53 scolari. Il più grande non supera i dieci anni. Anche in questo caso, la maggior parte ha perso i genitori. E poi, se chiedi informazioni, qui ti rispondono sempre con la stessa frase: «In Africa quasi tutti i bambini sono orfani». Ma la malattia più diffusa non è letale, come la «peste del 2000». È la tigna, un’infezione cutanea scomparsa in Occidente ormai da tempo. Sulla parete del refettorio c’è una lastra di marmo che ricorda l’inaugurazione, l'11 febbraio 2006, alla presenza del «presidente do conselho municipal de Roma» Walter Veltroni. Alcuni marinai dell’Etna (i gruppi di lavoro delle quattro navi si alternano) si stanno occupando del parco giochi, del motorino del pozzo e delle zanzariere mentre una torma di piccoli urla, corre e gioca intorno a loro. Il capo di terza classe Amedeo sta aggiustando un’altalena fatta con due copertoni. Sbarre di ferro appuntite e arrugginite spuntano minacciose dalla gomma lisa. Antonio, sottotenente di vascello, è impegnato a scartavetrare alcune culle: «Erano inutilizzate da tempo, adesso le ridipingiamo, così le possono usare di nuovo. La pompa del pozzo, invece, dobbiamo portarla a bordo perché non possiamo ripararla sul posto. Certo quello che facciamo è poco rispetto a quello che ci sarebbe da fare - conclude - Se non altro, però, lasceremo un'impronta del nostro passaggio».
Sulla portaerei Cavour coi volontari della Marina tra i bimbi affetti da Aids
dall'inviato Maurizio Gallo
