«Gli Stati Uniti non possono chiudere gli occhi. Il Congresso voti il raid in Siria». Con queste parole il presidente a stelle e strisce si è rivolto alla Nazione durante il discorso del sabato. E martedì tornerà a parlare al popolo americano prima del voto delle camere, previsto per mercoledì. «C’è in gioco la sicurezza nazionale - ha detto il presidente - C’è un motivo se il 98 per cento della popolazione mondiale ha vietato l’utilizzo delle armi chimiche. Potrebbero cadere nelle mani di terroristi che vogliono farci del male». Obama ha poi rassicurato la Nazione ribadendo che la reazione militare degli Usa contro il regime di Assad sarà di portata limitata: «Non sarà un altro Iraq o un altro Afghanistan, ma se agiamo insieme saremo più forti». E se in Patria Barack tenta di ottenere il consenso popolare e dei rappresentati al Congresso dopo il fallimento del vertice di San Pietroburgo, il suo segretario di Stato, John Kerry, continua a tessere la rete della diplomazia in Europa per portare a casa più condanne possibili al regime siriano di Bashar Al-Assad, colpevole di aver utilizzato armi chimiche il 21 agosto scorso provocando la morte di 1400 persone, tra cui 400 bambini. Il vertice dei ministri degli Esteri si è concluso ieri a Vilnius, in Lituania. Gli Usa hanno incassato anche il voto della Germania al documento di condanna dell’uso di armi chimiche, redatto durante il G20. La Francia di Hollande, pur convinta della necessità di una risposta militare contro Assad, aspetterà i risultati del report degli ispettori delle Nazioni Unite. Prudenza che ha spinto il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle a chiedere a Kerry che gli Usa seguano l’esempio francese. A Vilnius anche il titolare della Farnesina, Emma Bonino, che si è dovuta difendere da ventilati dissapori tra l’Italia e gli Stati Uniti a causa dei suoi interventi in difesa di una soluzione politica della crisi, contro l’ipotesi di un intervento militare. La Bonino ha quindi respinto come «favole inventate» le accuse di anti-americanismo, ribadendo che «l’alleanza con gli Stati Uniti per il nostro Paese è strategica, ma senza l’ok dell’Onu non è possibile alcun intervento militare. Bisogna attendere la relazione degli ispettori - ha precisato -. Le prove che gli Stati hanno puntano contro il regime di Assad, ma dall’Onu si attendono informazioni convergenti utili a raffarzare le prove raccolte dai singoli servizi segreti». Il ministro degli Esteri ha inoltre precisato di non essere affatto delusa dalla firma del premier Letta al documento di condanna redatto a San Pietroburgo, auspicando che la relazione degli ispettori arrivi al più presto per consentire al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di esprimersi prima del voto del Congresso americano. E ha aggiunto che «una delibera votata anche da Russia e Cina metterebbe al riparo da eventuali ritorsioni». Mentre in Europa si continua a lavorare per trovare un fronte comune e una via d’uscita diplomatica alla crisi, i Paesi del Golfo chiedono un intervento militare immediato. Dall’Iran, invece, arriva una minaccia diretta a Obama. Un diplomatico locale avrebbe riferito che «in caso di attacco, nel giro di 21 ore saranno rapite le figlie del presidente e un membro della famiglia di ogni ministro Usa, di ogni ambasciatore Usa, di ogni comandante militare Usa. E 18 ore dopo saranno diffusi video di loro amputazioni».
Obama: in gioco la sicurezza nazionale
«Gli Stati Uniti non possono chiudere gli occhi. Il Congresso voti il raid in Siria». Con queste parole il presidente a stelle e strisce si è rivolto alla Nazione durante il discorso del sabato. E...