Esteri

La Siria divide l'Ue. Obama: "Non sarà altro Iraq"

Undici governi (compresa l'Italia) firmano il documento di condanna contro l'attacco. Adesione mondiale alla Giornata di preghiera e di digiuno voluta dal Papa per la Pace.

Il vertice del G20 conclusosi oggi a San Pietroburgo ha confermato tutte le divisioni della comunita' internazionale sulla crisi siriana e, soprattutto, sull'intervento armato annunciato da Barack Obama. Russia e Usa restano lontani anni luce, ma posizioni nettamente diverse si registrano anche all'interno dell'Unione Europea. Le divisioni tra Mosca e Washington sono state confermate anche dal faccia a faccia tra il presidente americano e il padrone di casa russo, Vladimir Putin, che alla fine una riunione bilaterale a margine dei lavori l'hanno avuta. Ma e' stata una riunione breve, non certo paragonabile a un summit vero e proprio come quello originariamente in agenda e poi cancellato per gli strascichi dell'Nsagate, e contraddistinta da perduranti "divergenze" sulla Siria: e' stato lo stesso Putin a ribadirlo, pur definendo il colloquio con Obama, meno di mezz'ora, "amichevole e costruttivo". Putin ha poi avvertito che, qualora gli Usa e i loro alleati passassero davvero all'offensiva, la Russia aiuterebbe Damasco, sebbene solo sul piano "umanitario". Se dovessero intervenire, gli Stati Uniti, ha spiegato il capo del Cremlino, "si porrebbero al di fuori del diritto", in quanto non si tratterebbe di auto-difesa e d'altra parte occorrerebbe la "preventiva approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite". UE: NESSUNA INTESA La Francia è pronta a sostenere gli Stati Uniti, anche se Francois Hollande ha sottolineato che non vi sara' un attacco prima del rapporto dell'Onu. L'Italia e' promotrice con la Spagna di un'azione di mediazione: Letta e Rajoy hanno firmato un documento di condanna dell'uso delle armi chimiche da parte di Assad, ma all'impegno di "sostenere gli sforzi intrapresi dagli Stati Uniti e da altri paesi per rafforzare la proibizione dell'uso di tali armi" sottoscritto anche da Australia, Canada, Francia, Giappone, Repubblica Corea, Regno Unito, Turchia, manca l'assenso della Germania e, naturalmente, della Russia. La contrapposizione tra Usa e Russia si e' consumata anche sul piano strettamente numerico. Il confronto e' stato aperto dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, secondo cui tra i partecipanti al G20 i piu' sarebbero favorevoli all'intervento. Putin nella conferenza stampa conclusiva ha ribattuto con cifre opposte: solo Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia e Francia appoggerebbero un attacco anti-siriano, insieme ai governi di Gran Bretagna, il cui Parlamento ha pero' bocciato l'iniziativa, e Canada, che comunque ha da tempo fatto sapere che non vi parteciperebbe direttamente. Contrari, tra gli altri, Russia, Cina, Argentina, Brasile, India, Indonesia, Sudafrica e l'Italia, unica citata tra i Paesi occidentali, con in piu' il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Immediata la contro-replica della Casa Bianca: undici Stati sui venti presenti a San Pietroburgo sarebbero pronti non solo a condannare l'attacco chimico del 21 agosto ma altresì a dare "una forte risposta internazionale" a Bashar al-Assad. La parola passa adesso al Congresso americano, che votera' sull'eventuale operazione anti-siriana la settimana prossima: ad affermarlo non e' stato Obama bensì il francese Francois Hollande. L'americano ha anzi preferito sorvolare su come si comporterebbe qualora il Parlamento lo sconfessasse. Al termine del G20, il presidente del Consiglio Enrico Letta ha ammesso la sua "grande delusione" per la mancanza di una posizione comune europea. L'Ue allora prova a rilanciare la soluzione politica: domani, da Vilnius, dove i 28 ministri sono riuniti per la riunione informale cosiddetta "Gymnich", "cercheremo di trovare un linguaggio comune per lasciare aperta la porta" a questa soluzione", ha sintetizzato il ministro degli Esteri, Emma Bonino. Ma al di là delle differenze all'interno della Ue, Letta si preoccupa soprattutto di mantenere salda l'alleanza con gli Stati Uniti che resta "un perno essenziale" della nostra politica estera, "la distinzione non rovinerà - è la convinzione del Capo dell'esecutivo - i rapporti, lavoreremo per rinsaldare il legame, non vogliamo che si ricreino situazioni come quelle accadute anni fa", insiste il premier ribadendo "vicinanza e comprensione" riguardo all'atteggiamento Usa nei confronti di Damasco, "con Obama abbiamo avuto un dialogo tra amici". Il premier infine, ha annunciato un impegno finanziario dell'Italia "per un ammontare di 50 milioni di dollari" per fronteggiare la crisi umanitaria in Siria. "Porteremo questo impegno in Parlamento", ha spiegato. CON IL PAPA PER IL GIORNO DEL DIGIUNO: MIGLIAIA DI ADESIONI DA TUTTO IL MONDO Si scrive «preghiera», si legge «multilateralismo». Tradotto dal vaticanese in linguaggio moderno, la giornata di digiuno e preghiera che Papa Francesco ha indetto per oggi non è solo un'iniziativa devota. L'orizzonte della diplomazia vaticana travalica ormai da anni i patetici spazi della piccola politica italiana, del mediocre dibattito sulla laicità sclerotizzata e sclerotizzante degli ultimi giacobini al governo nell'Europa continentale e nei salotti di Bruxelles. E si disinteressa ormai, soprattutto dopo l'elezione di Papa Francesco, anche delle altre piccolezze laicistiche enfatizzate dai media occidentali. L'accusa che il presidente Barack Obama, appena messo piede sul suolo russo, ha lanciato alle Nazioni Unite è sintomatico di quanto più grande sia la posta messa in gioco dall'eventuale rappresaglia americana in Siria."Nulla è perduto con la pace - scrive Papa Bergoglio sul suo profilo Facebook - Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi".È sempre più ampia e senza confini l'adesione alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria indetta da papa Francesco per oggi. Nel piccolo villaggio cristiano di Maaloula, a nord di Damasco, simbolo della cristianità in Siria e luogo di pellegrinaggio per fedeli cristiani e musulmani, scrive Radio Vaticana, si prega per la pace, mentre si è sotto la minaccia diretta di gruppi armati. L'importanza che ha per le comunità locali la vicinanza del papa è testimoniata anche da padre Nawras Sammour, responsabile per il Medio Oriente e il Nord Africa del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che in una telefonata alla Fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) da Aleppo condanna la possibilità di un intervento armato, ricordando che le parole del papa sono state apprezzate anche dal Gran Muftì del Paese, Ahmad Badreddin Hassou, che ha espresso il desiderio di poter pregare sabato in piazza San Pietro. Molte le iniziative intraprese dalle Chiese dell'America Latina, mentre vicinanza e solidarietà è stata espressa anche dai Paesi geograficamente più vicini alla Siria: le comunità maronite libanesi, ad esempio, invitano tutto il popolo del Libano e pregare con il papa. Dall'Iraq, il Patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphael Sako I, richiama tutta la Chiesa locale a condividere la Giornata di preghiera e digiuno, mentre in Egitto - altro Paese sconvolto dalle violenze - il portavoce dei vescovi cattolici, padre Rafic Greiche, testimonia l'ottima accoglienza che l'iniziativa ha trovato presso la popolazione, che nelle notti di venerdì e sabato prossimi si raccoglierà nelle chiese per momenti speciali di preghiera comunitaria, adorazioni e celebrazioni eucaristiche. UE: RISPOSTA FORTE AD ASSAD Le prove sulla responsabilità del regime per l'uso di armi chimiche sono «forti», per questo serve «una risposta chiara e forte» della comunità internazionale. A dirlo è stato l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, nella conferenza stampa a conclusione della riunione informale dei ministri degli Esteri dell'Ue, a cui ha partecipato anche il segretario di Stato americano John Kerry. «Informazioni da un'ampia varietà di fonti semvrano indicare forti prove che il regime siriano è responsabile di questo attacco - ha sottolineato la Ashton - dal momento che è l'unico a possedere agenti chimici e i mezzi per diffonderli in quantità sufficienti». Per questo, secondo l'Alto rappresentante, «una risposta chiara e forte è cruciale per rendere chiaro che questi crimini sono inaccettabili e che non ci può essere impunità». OBAMA: A RISCHIO LA SICUREZZA NAZIONALE «Non sarà un altro Iraq o Afghanistan». Lo ha detto il presidente Usa Barack Obama durante il suo discorso settimanale parlando del possibile attacco alla Siria, precisando che non ci saranno truppe americane sul terreno e che «Ogni azione sarà limitata, sia nel tempo che nella portata». «Non rispondere a questo attacco accrescerebbe il rischio che attacchi chimici possano essere usati ancora; che possano cadere nelle mani di terroristi che potrebbero usarli contro di noi, e manderebbe un pessimo segnale alle altre nazioni, che non ci sarebbero conseguenze per l'uso di queste armi». Tutto ciò, ha detto Obama, porrebbe una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale. «È per questo che non possiamo ignorare attacchi chimici come questo» anche se accadono lontano. «Ed è per questo che chiedo ai membri del Congresso, di entrambe le parti, di unirsi e lottare per il tipo di mondo in cui vogliamo vivere; il tipo di mondo che vogliamo lasciare ai nostri bambini e alle generazioni future».

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