Esteri

«Si fermi il rumore delle armi»

Appello del Papa per la Siria, subito dopo l'Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro. «Con grande sofferenza e preoccupazione continuo a seguire la situazione in Siria...

Appello del Papa per la Siria, subito dopo l'Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro. «Con grande sofferenza e preoccupazione continuo a seguire la situazione in Siria - dice il Pontefice - L'aumento della violenza in una guerra tra fratelli, con il moltiplicarsi di stragi e atti atroci, che tutti abbiamo potuto vedere anche nelle terribili immagini di questi giorni, mi spinge ancora una volta a levare alta la voce perchè si fermi il rumore delle armi. Non è lo scontro che offre prospettive di speranza per risolvere i problemi, ma è la capacità di incontro e di dialogo». «Dal profondo del mio cuore - prosegue Papa Bergoglio - vorrei manifestare la mia vicinanza con la preghiera e la solidarietà a tutte le vittime di questo conflitto, a tutti coloro che soffrono, specialmente i bambini, e invitare a tenere sempre accesa la speranza di pace. Faccio appello alla Comunità Internazionale perchè si mostri più sensibile verso questa tragica situazione e metta tutto il suo impegno per aiutare la cara Nazione siriana a trovare una soluzione ad una guerra che semina distruzione e morte». La Comai, Comunità del mondo arabo in Italia, ringrazia Papa Francesco per l'appello lanciato oggi affinchè in Siria «si fermi il rumore delle armi». Le parole del Pontefice, sottolinea il presidente della Comai, Foad Aodi, hanno anche dato risposta all'appello lanciato sabato dalla stessa Comunità. «Auspichiamo che le forze internazionali si uniscano e ascoltino l'appello del Papa», afferma Aodi, aggiungendo che «finora i suoi appelli non sono mai caduti nel vuoto, grazie alla sua grande umanita e sensibilità». Il mondo arabo in Italia «è molto preoccupato per la situazione nei nostro Paese e spera che anche l'Italia svolga il suo ruolo, affinchè non si creino un altro Iraq o un'altra Libia», conclude Aodi.

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