Economia

Il piccolo e ricco istituto di Ferrara tradito dal sogno di diventare "nazionale"

Il tracollo nasce dagli incagli dei prestiti dati a gruppi come la romana Acqua Marcia e i milanesi Siano

Chissà cosa penserebbe oggi il conte Alessandro Masi della Cassa di Risparmio di Ferrara, fondata da un gruppo di cittadini da lui guidati, nel 1838. Una banca che come tutte le Casse di Risparmio nacque con la finalità di assistere con il credito i cittadini non abbienti. Da allora con questa missione ha conosciuto una crescita senza interruzioni. E non è solo l’aumento della capacità operativa a farne un gioiellino ma anche la sua capacità di innovazione. Nel 1967 Carife si dota di un elaboratore elettronico e nel 1976 è la prima banca italiana ad installare un punto Bancomat. Crescita, innovazione e risultati ma anche un punto di riferimento per la città che, nella banca, ha sempre trovato il principale punto di riferimento economico. Soprattutto per il settore agricolo, fiorente, e e la sua industria. Le due categorie hanno di fatto per anni tenuto il timone dell’istituto dividendosi le cariche di vertice con meccanismi da manuale Cenceli. Un patto che ha consentito nel 1994 l’acquisto del pacchetto azionario della Banca di Credito Agrario (roccaforte politica dell’ex Democrazia Cristiana) e nel 2001 il primo massiccio aumento di capitale, 102 miliardi di vecchie lire, e l’ingresso di ben 23 mila azionisti. Poi il boom. Dal 2003 l’acquisizione di Banca di Treviso, della Banca Popolare di Roma, due anni più tardi di Banca Modenese e Banca Farnese. Il direttore generale di quel tempo era Gennaro Murolo, e il presidente Alfredo Santini. Furono loro a creare le basi per il sogno di far uscire Ferrara dal limbo di provincia ricca e proiettarla nell’agone della finanza nazionale. Un sogno dai piedi d’argilla perché la concessione di mega prestiti a imprenditori di altre città segna l’inizio della fine. Arrivano gli incagli che accendono la spia rossa negli uffici della Vigilanza di Bankitalia. Così nel 2009 Palazzo Koch manda la prima ispezione, con relativo verbale e multe agli amministratori, accusati di «controlli labili e pesanti anomalie». Nel 2010 il cambio del Cda e del management, e il nuovo aumento di capitale: altri 150 milioni di euro sottoscritti dalla platea di pensionati e impiegati, imprenditori e artigiani. Non basta. Il 27 maggio 2013 i ferraresi si svegliano con la banca commissariata e con il valore delle azioni in picchiata. Il verbale del ministro Saccomanni non lascia dubbi sull’accaduto: «La grave crisi aziendale trae fondamentale origine dai imprudenti scelte allocative compiute nel periodo 2007-2009 in cui è stata realizzata una rapida espansione degli impieghi [...]partite deteriorate che si attestano al 34% degli impieghi circa 2/3 sono costituiti da sofferenze le cui previsioni di perdita incidono per il 14% e sono i primi cinque gruppi cioè: Siano (Milano, 160 milioni n.d.r); Acqua Marcia (Roma, 70 milioni); De Julemar (Napoli, 45 milioni); Bertolini (Mantova, 36 milioni ); Mascellani (Ferrara, 28 milioni).

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