Economia

Torna la lira. Ma solo per cambiarla

Banca d’Italia e ministero dell’Economia cercano una soluzione. L’ipotesi: tre mesi per convertire le banconote. Rischio buco nei conti LEGGI ANCHE Ecco chi ha già seppellito l'euro

Già, due giorni fa la Corte Costituzionale ha rimesso un po’ d’ordine nelle leggi italiane, nate sull’onda dell’emergenza dello spread, che portò il governo Monti ad anticipare la fine del decennio entro il quale convertire banconote e monete italiane in nuova carta emessa dalla Banca Centrale Europea. Un blitz che portò di fatto nelle tasche del ministero del Tesoro un ammontare equivalente di lire pari a 1,3 miliardi di euro. Espresso nella vecchia moneta si trattava di circa 2600 miliardi. E armandosi di calcolatrice, e considerata per semplicità di calcolo la popolazione italiana di 60 milioni di cittadini, fanno circa 43 mila lire a testa. Soldi che con un gioco di prestigio sparirono dalla circolazione e furono contabilizzati nel fondo per la riduzione del debito pubblico. Uno scippo insomma che, allora, nel corso di una delle più gravi crisi che il Paese abbia mai attraversato, passò quasi inosservato. Dal sei dicembre del 2011 chi aveva aspettato la fine del tempo a disposizione per il changeover tardivo, e cioè il 28 febbraio 2012, si è trovato con un pugno di mosche in mano. Ma ora con la sentenza della Consulta che ha rimesso indietro l’orologio la questione è tornata d’attualità. Quella finestra che va dicembre a gennaio, congelata per legge, si è improvvisamente riaperta. E almeno in via di principio chi ha lasciato nel cassetto un gruzzolo di banconote della Repubblica Italiana potrebbe presentarsi a uno sportello bancario per chiedere di avere in cambio la moneta unica. Non è così semplice. Sì, perché l’applicazione concreta della disposizione dei giudici costituzionali passa per un atto normativo che dia disposizioni su come fare le operazioni di sostituzione. I suggerimenti al Governo non possono che arrivare dall’ente deputato alla circolazione monetaria, cioè la Banca d’Italia, e dal Ministero dell’Economia che, al tempo incamerò i fondi, e oggi in teoria, sarebbe il primo a dover aprire il portafoglio per rifondere chi è rimasto con il cerino in mano. Fonti di Palazzo Koch confermano a Il Tempo che Banca d’Italia ha già iniziato gli approfondimenti giuridici e operativi a supporto di una possibile soluzione. Che potrebbe essere però non così semplice. In teoria i legittimati a chiedere il cambio sono solo coloro che avevano fatto domanda per il changeover tardivo. Ma considerato che al tempo non era necessario una prenotazione o una modulistica particolare è chiaro che la prova diventa difficile da produrre. Non solo. Come hanno spiegato i giudici l’intervento fu talmente radicale e improvviso da non lasciare alcun margine di tempo a coloro che avevano progettato di recarsi agli sportelli nei mesi successivi. Dunque la possibilità dovrebbe, in teoria, essere ridata a tutti i cittadini. Una delle soluzioni ipotizzabili potrebbe essere quella di riaprire una finestra temporale di cambio pari, per lunghezza, a quella nel corso della quale fu inibito il cambio ai possessori di lire. Un intervallo di tempo prestabilito, insomma, fissato da una norma. Le associazioni dei consumatori sono già sul piede di guerra e, precorrendo i tempi, hanno già invitato i cittadini che «volessero convertire le lire a recarsi da oggi (ieri ndr) e per circa tre mesi, in uno sportello della Banca d’Italia e pretendere il cambio in euro. Molti se ne saranno disfatti o vogliono collezionarle, ma i valori in lire ancora non rientrati, si aggirano tra 1,2 ed 1,4 miliardi di euro». Qualche organizzazione poi ha già pronte le ovvie class action. Per questo il tema non potrà non essere affrontato in tempi brevi dal Governo. Che oltre a disciplinare le modalità per il nuovo changeover avrà anche un altro problema sul tavolo. Non è infatti chiaro quanti italiani si presenteranno nelle filiali della Banca d’Italia per il cambio. Le cifre in gioco però sono rilevanti e, se per ipotesi, richiedessero l’accesso alla possibilità tanti cittadini con in mano anche la metà degli 1,3 miliardi, il ministero dell’Economia si troverebbe un buco in bilancio di 650 milioni di euro. Solo un’ipotesi di lavoro ma comunque realizzabile. E con la coperta stretta della finanza pubblica e la legge di Stabilità in Parlamento, la possibilità di un mini intervento sui conti pubblici per sanare le uscite straordinarie, è tutt’altro che una soluzione remota.

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