Economia

Volkswagen e Deutsche Bank Così affonda il mito tedesco

Rosso di 6 miliardi per la banca. Addio a 10 paesi LEGGI ANCHE «Le sanzioni per Vw? Ci sono 3 mila euro a chi trucca auto»

Ritirata truppe tedesche! No, non è la fine della guerra mondiale, ma solo l’inizio della parabola discendente della poderosa economia tedesca che, nel momento della sua massima espansione, ha cominciato a perdere colpi. E a smobilitare da diverse regioni del pianeta. Così se dopo lo scandalo dei motori truccati, Volkswagen avrà vita dura negli Usa, ora si aggiunge anche la banca simbolo della potenza finanziaria teutonica. Quella Deutsche Bank, della quale il solo marchio ha sempre rappresentato con la massima semplicità la mission aziendale: un quadrato e una linea retta inclinata a simboleggiare una crescita inarrestabile. Ebbene non è più così. La linea da ieri sarà inclinata al contrario. Dopo Volkswagen, che per la prima volta dopo 15 anni ha presentato bilanci in rosso, anche la corazzata del credito tedesco ha infatti scritto nella riga del bilancio del terzo trimestre un rosso da fare spavento: 6 miliardi di euro. Un disastro contabile che si trasformerà in 9 mila esuberi e nella chiusura delle attività in dieci Paesi. E il conto in termini occupazionali lieviterà ancora:35 mila unità se si considerano anche i tagli alle 6 mila posizioni in appalto a società esterne e i 20 mila dipendenti che verranno ceduti insieme ad asset non più strategici. Un piano di ristrutturazione selvaggio figlio di scelte gestionali poco accurate e a volte scellerate. Nei conti aziendali sono apparsi maggiori costi per 7,6 miliardi di costi dovuti alla svalutazione della quota nella banca cinese Hua Xia Bank (650 milioni), a rettifiche di valore su poste immateriali (5,8 miliardi) e all’accantonamento di ulteriori 1,2 miliardi per rischi legali dovuti agli scandali, come quello della manipolazione del Libor (il tasso di riferimento delle operazioni finanziarie) che hanno minato la reputazione dell’istituto. Già, i probi tedeschi, che per anni hanno considerato l’Italia il paese dei furbi e in alcuni momenti della recente storia hanno di fatto tenuto, per questo, sotto tutela il governo italiano ora si scopre che hanno barato. Non hanno rispettato le regole del gioco in più campi. Nonostante l’astio espresso durante la crisi dello spread per gli italiani, considerati cicale e spendaccioni alle spalle dei più seri popoli del Nord, ora la storia cambia verso. Anche se tanto è l’attaccamento dei teutonici al nostro Paese che tra le nazioni che Deutsche Bank non abbandonerà non c’è l’Italia, definita «un mercato chiave». Addio invece ad Argentina, Cile, Messico, Perù, Uruguay, Danimarca, Norvegia, Malta e Nuova Zelanda. Una ritirata in grande stile. Un segnale di forte reazione ma anche spia del malessere del sistema Germania che, da modello da imitare, si sta rivelando esempio da cui fuggire. Insomma ancora una volta per la Germania si prospetta la sindrome della Bismarck. Alla fine la nave corazzata, orgoglio dell’industria tedesca, fu affondata nonostante sembrasse invincibile. E i guai sono solo all’inizio. Sì, perché se il ridimensionamento della Deutsche Bank avrà effetti a cascata sull’intera struttura del credito tedesco, la grana dei motori truccati non si esaurirà solo con la sostituzione dei software. I risarcimenti stimati dagli analisti oscillano tra i 20 e i 78 miliardi. A preoccupare il gruppo è l’impatto delle cause: negli Usa ne sono state avviate 350, e in Italia sono state già depositate diverse querele per truffa. Al momento nelle casse del gruppo ci solo sono 25 miliardi.

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