Economia

Telelavoro, in Parlamento la legge sullo smart working

La normativa collegata alla Stabilità che prevede le stesse regole per chi opera fisicamente fuori dall'ufficio

Si potrebbe parlare di vita liquida, disturbando Zygmunt Baumann. Oppure potrebbe essere "colpa" dell'ineluttabile incedere e del progredire inesorabile della tecnologia, per dirla con le parole di uno dei personaggi della serie "Black Mirror" (di cui si consiglia la visione esclusivamente a un pubblico adulto!). Può essere anche l'assuefazione da essa causata a condurre il lavoro fuori dall'ufficio. Fatto sta che, alienazione e "fiducia nel divano" sono le due facce della medaglia che definiscono il lavoro 2.0. Ora i lati positivi: ventisette miliardi in più di produttività. Dieci miliardi in meno di costi fissi. Lo smart work è pronto a sbarcare in Italia. Non appena il ddl, collegato alla legge di Stabilità e predisposto dal professor Maurizio Del Conte (docente di diritto del lavoro alla Bocconi) per conto del governo, entrerà in vigore. C'è ancora strada da fare ma pare, almento tra i più ottimisti, che questo "nuovo" modo di intendere il lavoro faccia bene ai lavoratori, alle imprese e ai conti dello Stato. La rivoluzione, se di rivoluzione si può parlare, si riassume in una parola: flessibilità. Il primo studio sul telelavoro risale al 2013 da una ricerca del Politecnico di Milano. Ne avevamo parlato circa un anno e mezzo fa quando, su proposta di tre donne, la legge sembrava avviarsi all'approvazione, poco prima di perdersi nella crisi del governo Letta. Il ddl è stato curato da Del Conte e segue la proposta di legge presentata da Alessia Mosca (Pd), Irene Tinagli (Scelta civica e oggi Pd) e Barbara Saltamartini (passata da Ncd a Noi con Salvini). Una legge per giovani e donne Negli ultimi due anni gli italiani che lavorano da casa sono cresciuti vistosamente. Sono quasi raddoppiati. E questa sembra una notizia che fa bene alla "salute" del provvedimento. Per il Politecnico erano il 17% nel 2012, sono diventati il 25% nel 2013. Nel 2014 solo l'8% delle grandi imprese utilizzava lo smart working, nel 2015 sono diventate il 17%. La norma dovrebbe migliorare le condizioni di lavoro soprattutto dei giovani e delle donne. I lati positivi della legge riguardano soprattutto un punto: uso, da parte delle aziende, del lavoro intelligente che possa conciliare casa e ufficio. Secondo i dati Istat il 30% delle donne occupate ha lasciato il lavoro dopo la gravidanza e il tasso di occupazione femminile si ferma al 46,6% contro il 64% degli uomini. Del resto ad aprile 2014 anche la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, aveva bacchettato: "Il vostro è uno dei Paesi della zona euro che incoraggiano meno la partecipazione delle donne al mercato del lavoro". I dati Le esperienze internazionali dicono che l'adozione di forme di lavoro flessibile per i dipendenti portano aumenti della produttività fino al 35-40% nelle grandi aziende. Giù gli assenteismi (-63%). L'Osservatorio smart working del Politecnico di Milano ha calcolato che con l'incentivazione l'Italia potrebbe guadagnare 27 miliardi in più di produttività. E risparmiare 10 miliardi di costi fissi. Il mercato Molto è ancora da fare, ma pare che in Italia le Piccole e Medie imprese non siano ancora pronte o interessate a questa formula. Infatti per quasi il 50% di loro lo smart working non lo conosce. Il provvedimento, insomma, salvo alcuni campi come quello dei creativi e di chi lavora sul web, sembrerebbe inutile. Non a caso, sempre secondo l'Osservatorio del Politecnico nel 2013, solo un'impresa su cinque prevedeva il telelavoro e solo il 2% lo proponeva come possibilità a tutti i dipendenti. E solo il 6,1% dei lavoratori ha utilizzato forme di smart working per più di un quarto del proprio tempo lavorativo. Diversa la questione se si metteno sotto la lente le grandi imprese. Qui il 17% ha avviato progetti di smart working, il 14% li sta valutando e il 17% ha avviato forme di flessibilità per specifici ruoli. In generale le oltre 250 aziende sotto la lente dell'Osservatorio stanno cercando una maggiore flessibilità di tempi e spazi. Quasi un terzo dei dipendenti delle imprese coinvolte nella ricerca (il 31,4%) afferma di passare già la maggioranza del tempo lavorativo non alla scrivania. Non sarà lavoro di serie B La normartiva prevede condizioni molto simili a chi il lavoro lo fa da una postazione in ufficio. La nuova legge prevede che il dipendente o la dipendente possano lavorare fuori dai locali aziendali "per un orario medio annuale inferiore al 50% dell'orario di lavoro normale, se non diversamente pattuito", senza l'obbligo di avere una postazione fissa. La scelta deve essere volontaria. E tutta la disciplina della prestazione di lavoro - strumenti utilizzati, le modalità di organizzazione e i tempi - viene regolata da un accordo tra dipendente e datore di lavoro. Che può essere a tempo indeterminato o determinato, ma in questo caso può durare al massimo due anni. Inoltre la legge precisa che il trattamento economico di uno smart worker "non deve essere inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti degli altri lavoratori subordinati che svolgono la prestazione lavorativa esclusivamente all’interno dei locali aziendali, a parità di mansioni svolte". Per il lavoratore che sceglie questa modalità è prevista la copertura assicurativa dell'Inail e anche il riconoscimento degli incentivi per la contrattazione di secondo livello. Roba, forse, per addetti ai lavori. Ma da casa questa legge, tendente all'ottimismo, con i suoi lati positivi e negativi, potrebbe non essere capita.

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