Economia

Volkswagen, i soci chiedono 40 miliardi di risarcimento

E con il rating in calo cause anche dagli obbligazionisti

La scoperta del software manomesso nei motori diesel della Volkswagen costerà alla casa tedesca molto. Molto di più di quanto ipotizzabile. Già, a Wolfsburg, quartiere generale Vw, già da stamattina i direttori finanziari staranno già pensando a come accantonare in bilancio i 40 miliardi di euro che i grandi soci del gruppo chiederanno sotto forma di risarcimentoper la perdita di valore delle azioni, passate da 170 a 120 euro, provocata dallo scandalo. Una class action in grande stile, visto che tra gli azionisti di rilievo ci sono i fondi sovrani del Qatar e della Norvegia, e che sta prendendo già forma come ha riportato il Sunday Telegraph citando Quinn Emanuel, il legale famoso per le sue vittorie in importanti class action, chiamato a seguire il caso. Una notizia del genere può far perdere un altro 15-20% in Borsa. Ma non è solo questo che dovrebbe preoccupare la casa auto. A ruota potrebbero arrivare anche gli obbligazionisti, quelli che i soldi li hanno prestati sulla base del massimo rating assegnato all’azienda. Quella «tripla A» che, nel mercato finanziario, equivale a massima credibilità e che oggi è sotto lo zero. Questo significa che chi ha comprato i solidi bond Vw oggi si trova in portafoglio quasi carta straccia. E non è assolutamente escluso che possa rivalersi per le perdite contro il colosso di Wolfsburg, reo di aver tradito con dolo la loro buona fede. Non solo. L’abbassamento del rating che colpirà l’azienda avrà un altro effetto indesiderato: l’aumento del costo del finanziamento sul mercato del credito. Per avere soldi freschi Volkswagen dovrà aumentare il rendimento promesso con un ulteriore aggravio sul bilancio. Questo porterà a catena effetti sia diretti, perché per riportare i conti in ordine, sarà costretta a licenziare dipendenti e a ridurre gli investimenti, sia indiretti, perché finora ad esempio la rete dei concessionari era aiutata dai bassi tassi applicati ai finanziamenti nella vendita delle auto grazie alla capacità della casa madre di raccogliere denaro a basso costo. Tutto finito. A questo va ad aggiungersila colossale immobilizzazione di capitale che si determinerà, nei prossimi mesi, tra macchine richiamate e nuovi modelli che il mercato rispedirà al mittente per la perdita di credibilità. Le strategie aziendali potranno essere due: o fermare le catene di montaggio (evento catastrofico)o produrre più lentamente. Così in attesa che il mercato ritrovi fiducia molte bisarche usciranno dalle fabbriche per fermarsi nelle aree di stoccaggio. Insomma comunque la si metta sarà un disastro che renderà inevitabile una richiesta di aiuto allo Stato tedesco. Ed è qui il punto di contatto tra il micro e il macro di questa storia. Già perché i rigidi teutonici, che negli ultimi anni hanno professato il rispetto rigoroso delle regole Ue saranno di fronte al bivio: lanciare la ciambella di salvataggio a Volkswagen, violando i Trattati Ue, o farla affondare. Nella prima ipotesi, la più realistica, non è lontano dalla realtà immaginare il governo italiano salire a Bruxelles per chiedere non solo flessibilità incondizionata sui conti, pronto a gettare nel cestino il Fiscal Compact, ma anche ad esempio decidere di far comprare ai comuni italiani senza gara, autobus della ex Irisbus, per aiutare l’industria nazionale. Insomma: riscrittura delle regole economiche dell’Europa. E una carta in più per Renzi.

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