Il dibattito sui costi della corruzione appassiona da tempo studiosi e politici. La Banca Mondiale, ad esempio, stima le tangenti in un 3% del Pil, che fa per l'Italia 60 miliardi di euro, 1000 euro a testa. Secondo alcuni sono cifre largamente sovrastimate e inducono un eccesso di attenzione al fenomeno, secondo altri sono largamente sottostimate non tenendo conto di tutti gli aspetti rilevanti. La stima economica è tra le più difficili, se non altro per il convergente interesse al silenzio e all'occultamento degli effetti da parte di corrotto e corruttore. Ma non c'è bisogno di una stima esatta per capire che il problema è particolarmente gravoso in Italia. Uno studio di Unioncamere rileva che il 65% degli imprenditori considera la corruzione l'ambito d'illegalità di gran lunga più rilevante. Una sorta di plebiscito, considerando che gli altri ambiti principali (es. lavoro sommerso) seguono con percentuali di circa il 20. I danni della corruzione vanno ben oltre l'entità delle tangenti, perché corretti meccanismi competitivi sono un controllo automatico sul costo e sulla qualità dei beni e servizi, in mancanza del quale si generano importantissimi danni indiretti. Innanzitutto, una volta che il rapporto con l'impresa non è più basato su corretti meccanismi competitivi, saltano i criteri di formazione dei prezzi. Se l'imprenditore deve pagare il 3% di tangenti, è probabile che recuperi sul prezzo quelle, più altrettanto in termini di maggiori margini per sé. Inoltre, la corruzione dilagante rende un territorio ostile per gli investimenti, riducendone il tasso di crescita (secondo alcuni di almeno l'1% l'anno). Infine, e qui il danno è assai visibile anche per i posteri, l'assenza di corretti meccanismi competitivi fa saltare gli incentivi alla qualità, con il progressivo decadimento delle infrastrutture, dei servizi pubblici e della competitività del Paese. Considerando tutti gli aspetti, il danno è probabilmente molto maggiore delle stime in circolazione. È quindi quanto mai auspicabile che vi siano forme di controllo terzo e indipendente sugli appalti. Recentemente l'Autorità Anticorruzione si è dichiarata disponibile a verificare le gare ed è stata subissata di richieste, al punto da non poterle evadere. È un ottimo segnale, perché vuol dire che il problema è diffuso, ma è lontano dal riguardare tutti. Indica una direzione verso la quale rafforzare gli sforzi; lo Stato è un'organizzazione di grandissima complessità, che non può permettersi di non avere tali forme di controllo interno.
Così va a picco l'economia
di Riccardo Tiscini Ordinario di Economia Aziendale nell’Universitas Mercatorum di Roma