La spending review è come un filo ad alta tensione, chi lo tocca muore. Troppi interessi in gioco, troppe poltrone da far saltare, troppi fiumi di spesa da prosciugare. Dopo Bondi e Cottarelli un’altra testa è caduta. E proprio nella settimana decisiva per mettere a punto la legge di Stabilità, un tempo chiamata Finanziaria, che dovrebbe essere l’occasione giusta per fare un po’ di pulizia degli sprechi e racimolare quel gruzzolo necessario a non far salire il deficit e a scongiurare nuove imposte. Ma Roberto Perotti, 54 anni, da un anno consulente economico di palazzo Chigi e commissario alla spending review, ha capito di avere le mani legate, che il suo lavoro certosino tra le pieghe del bilancio pubblico per disboscare gli sprechi, sarebbe rimasto gran parte nel cassetto. Quando ha letto la legge di Stabilità ha fatto un balzo dalla sedia; del suo piano di riduzione delle spese non c’è praticamente nulla. Mancano i tagli più qualificanti: ai ministeri, alle partecipate, agli stipendi dei dirigenti dell’apparato centrale e locale. Così dopo un anno di lavoro gratuito ha deciso di chiudere con quell’esperienza a Palazzo Chigi. A scoprire il caso è stato l’Huffington Post. A Palazzo dicono che Renzi avrebbe fatto di tutto per convincerlo, assicurandogli che la spending review si farà, al più presto. n realtà il premier appena messo il naso sui fogli di Perotti si sarebbe sentito gelare il sangue nelle vene. Come convincere i ministri a stringere la cinghia? Come mettere mano alle municipalizzate, vera mina pronta esplodere? Quanto agli stipendi degli alti burocrati pubblici tagliarli significherebbe scatenare un putiferio. E di polemiche in questo momento, con il Pd inguaiato con il caso Marino, ce ne sono già abbastanza per non andare ad aprire altri fronti. La legge di Stabilità, secondo le intenzioni di renzi, deve essere una manovra della conciliazione, tra i cittadini e il governo dopo anni di sacrifici. Perotti ha fiutato subito l’aria e ignorate le rassicurazioni e le promesse di Renzi ha cominciato a disimpegnarsi dal lavoro sulla manovra fino ad arrivare alla decisione che sarebbe stato meglio rescindere il rapporto. Conti alla mano, dei 10 miliardi di tagli più volte annunciati dal governo non resta che una sforbiciata di 6 miliardi, 2 dei quali saranno di mancato aumento del Fondo sanitario. Se Renzi voleva dare un segnale di inversione di rotta rispetto alla vecchia politica, in questo ha fallito. Come è tradizione, per far cassa, non riuscendo a toccare gli sprechi (sinonimo di clientele), a sforbiciare i costi della politica, si colpisce lì dove è più facile, la sanità. Nella spending review dovrebbe restare una sforbiciata al numero dei super-dirigenti; il taglio del 10% ulteriore agli uffici di diretta collaborazione dei ministeri; l’applicazione dei costi standard come regola generale della pubblica amministrazione. Del lavoro fatto in un anno insieme a Gutgeld, altro consulente di Renzi, resta praticamente solo il mega accorpamento delle centrali di acquisto, da 32mila a 35. I delicati capitoli delle partecipate, dei tagli non lineari ai ministeri, della rivisitazione delle agevolazioni fiscali e dei sussidi alle imprese, restano ancora nel novero delle buone intenzioni. La spending review avrebbe dovuto coprire la manovra da 27 miliardi. Renzi invece ricorre al solito meccanismo di finanziare le misure a deficit, e con misure una tantum, sperando che il Pil riparta e che il rientro dei capitali dall’estero sia superiore alle attese. Se così non fosse il conto si dovrà pagare ilprossimo anno.
Guai a chi tocca la Spending review
Dopo Cottarelli se ne va anche il commissario Perotti. La politica resiste ai tagli
