La svalutazione dell’euro ha avuto sì un effetto positivo, smorzato, però, dalla crisi dei mercati emergenti e, ora, anche dalla prevedibile decisione della Cina di deprezzare la sua moneta. Il tentativo di scaricare i problemi di competitività di buona parte delle aziende europee, comprese le nostre, sulla gigantesca economia cinese, era destinato necessariamente a fallire. In sintesi, l'esclusiva fiducia nello strumento monetario, nelle attuali circostanze, non poteva che fornire prospettive di crescita fragili e aleatorie. Conclusione: durante una crisi globale contare sulle esportazioni è vano. Il pil può ripartire solo con gli investimenti e i consumi interni. Per rilanciarli, invece dell’austerità teutonica, occorrerebbe un intervento pubblico coordinato a livello europeo (come il fantomatico piano Juncker), o, in alternativa, il recupero da parte del nostro Paese della piena sovranità economica. La chiave per la nostra ripartenza si trova quindi in Europa: non presso la Bce, ma nel concerto dei governi e delle politiche economiche. Molto del destino del sistema economico italiano si decide a Bruxelles. Ma anche lì lo spessore e la capacità di negoziazione di Renzi, in termini di risultati, è stato pari a uno zero virgola. Esattamente lo stesso ordine di grandezza del reddito prodotto in Italia nel secondo trimestre.
Contiamo troppo poco per crescere
La svalutazione dell’euro ha avuto sì un effetto positivo, smorzato, però, dalla crisi dei mercati emergenti e, ora, anche dalla prevedibile decisione della Cina di deprezzare la sua moneta. Il...