Passo dopo passo la famiglia Agnelli, guidata dall’erede designato dall’Avvocato, John Elkann entra nel terzo millennio con maggiori sicurezze sul ruolo che continuerà a esercitare nell’economia mondiale. L’ingresso di ieri della holding Exor nell’Economist è un segno che la strategia, avviata da qualche anno di non concentrarsi sul settore troppo ciclico dell’auto, ma di allargare la ricchezza anche ad altri comparti tra i quali i media, è ormai compiuta. Prova ne è il comunicato della cassaforte di famiglia che ha spiegato la motivazione dell’ultimo colpo: l’investimento «rientra nell'ambito di altre importanti partecipazioni di lungo termine detenute direttamente e indirettamente nei settori dei media e dell'editoria nel corso degli ultimi decenni, tra cui Bantham Books, Random House, Le Monde, Rcs MediaGroup, Italiana Editrice (La Stampa-Secolo XIX) e Banijay Group». Non solo auto dunque. Un po’ sulla scorta della Fiat degli anni ’80 e ’90, quando l’arrivo di Cesare Romiti a Torino trasformò le holding di famiglia, allora Ifi e Ifil, da autocentriche a conglomerato con più attività in portafoglio. Dopo una fase di ripensamento e vendite di asset per compensare le perdite nel settore auto, ora si torna lì. Un’intuizione perseguita con determinazione dal giovane Elkann. Un progetto non improvvisato ma coltivato con tenacia. Con un obiettivo che, Marco Ferrante nel suo libro «Casa Agnelli» spiega così: «Non vuole fare la fine dei Rockfeller negli Usa, non vuole che la sua famiglia diventi un’istituzione ricca e tuttavia marginale». Insomma per l’attuale condottiero dell’impero che fu dell’Avvocato si resta protagonisti dello scenario dell’economia secondo il modello già annunciato per il futuro della Exor in un’intervista al Financial Times nel 2011. Allora disse che la strategia per il futuro era la stessa di Warren Buffett, il guru di Omaha, colui che anticipando tendenze e con scelte controcorrente ha creato una ricchezza immensa da zero. «L'intenzione è di fare di Exor una sorta di Berkshire Hathaway», la holding del finanziere americano, tra i primi investitori al mondo. La «cassaforte» della famiglia Agnelli guarda a uno scenario senza confini, «vuole crescere negli Stati Uniti ed in Asia», ha «una capacità di investimento da un miliardo» disse nelle stessa intervista Elkann, allora ancora presidente di Fiat. Già allora le potenzialità del «rampollo» degli Agnelli, «l'erede inatteso che ha salvato i gioielli di famiglia» erano chiare a tutti. «A 34 anni è una figura sempre più importante del business globale che ha indica l’obiettivo di crescere nel mondo». E così è stato. La scelta di diversificare è ormai la costante della strategia della holding familiare, fino a qualche mese fa gonfia di liquidità da impiegare per questo fine. Prima dell’approdo all’Economist, prestigioso produttore di idee e nel quale Elkann vede un business per lo sfruttamento delle opportunità del mercato digitale (dando forse una speranza a chi nell’editoria crede ancora)lo scorso 3 agosto il primo colpo internazionale con la conquista del colosso americano delle riassicurazioni, PartnerRe, un investimento da 6,9 miliardi di dollari sfilato ad Axis Capital. Sfida vinta anche grazie alla liquidità abbondante in cassa ottenuta con la vendita delle partecipazioni in Sgs (la società di certificazione svizzera)e Cushman-Wakefield (tra le maggiori società private del mercato immobiliare mondiale). Le due cessioni hanno portato per circa 2 miliardi di euro che saliranno a 3 dopo il completamento della cessione del colosso immobiliare. Poi il prossimo passo, il più atteso: lo spin off di Ferrari da Fca, che porterà altri soldi senza perderne il controllo. Il tutto insieme alle altre partecipazioni: Fca, Cnh Industrial, Juventus. Così la sfida di Elkann di emulare il prestigio del nonno è quasi vinta.
Così è cambiata la sfida degli Agnelli
Non più solo auto e industria. Nella cassaforte di famiglia c’è di tutto Dall’editoria alle assicurazioni il nuovo corso imposto da Yaki Elkann
