Economia

Cina, Borse a picco. Esplode la bolla asiatica

Bruciati 3.000 miliardi di dollari a Shanghai e Shenzen. Le Borse europee tentano il rimbalzo. Spread a 160 punti

Il mercato cinese è stato quello più avvincente per gli investitori: l'indice composito è arrivato a guadagnare il 60% da inizio anno. Ma la differenza tra fondamentali economici e mercato finanziario è diventata sempre più evidente. Se i dati macro hanno iniziato a rallentate fortemente a marzo, i listini asiatici hanno proseguito la corsa, fino alla bolla attuale. "I dati relativi all'attività economica hanno avuto un inizio d'anno debole per dare delusioni straordinarie a marzo. Tuttavia sono arrivate le aspettative e le promesse di un supporto da parte delle politiche del governo". Il rischio ora, però, è che i mercati azionari possano frenare la crescita del Pil. Ad analizzare quanto accade nelle piazze finanziarie asiatiche è Craig Botham, emerging markets economist, di Schroders. Le iniezioni di liquidità della Peoplès Bank of China (PBoC) "hanno contribuito a rafforzare il sentiment e a dar vita a un approccio mentale secondo il quale, da quel momento in poi, tutti i dati deludenti erano un segnale per comprare di più. Seppur si trattasse sicuramente di una bolla, certamente gli investitori non si stavano comportando in una maniera del tutto irrazionale", spiega l'esperto. I forti crolli giornalieri dei listini si sono avuti "quando il regolatore ha agito per ridurre la volatilità. Ciò mostra quanto la bolla sia fragile. Purtroppo, per coloro che investono nell'azionario cinese, una mossa tale da parte del regolatore - introdurre delle restrizioni ai finanziamenti sul margine, che hanno stabilito i record storici a livello mondiale, raggiungendo il 3,4% del Pil - ha dato il via all'attuale sell-off". La Borsa cinese è cresciuta in un anno del 150%. La bolla della Borsa cinese, che in 12 mesi è cresciuta di oltre il 150% fino al 12 giugno scorso, è ormai scoppiata. La Banca Centrale cinese ha annunciato che garantirà la liquidità necessaria per stabilizzare i mercati cinesi e per scongiurare rischi sistemici. La borsa di Shanghai ha aperto registrando un tonfo del 6,97%, segnando - salvo ritracciamenti in corso d'opera - una perdita di oltre il 35% in meno di un mese. Il tutto nonostante le misure adottate dalle autorità cinesi e la sospensione di oltre 500 titoli dagli scambi. Non ha fatto meglio quella di Hong Kong che perde il 4,74 % in paertura di contrattazioni. Il pessimismo regna sovrano sui mercati cinesi tanto che la commissione di controllo che regola il mercato borsistico (China Securities Regulatory Commission) ha avvertito prima dell'avvio delle contrattazioni che sui mercati sta prevalendo "un clima di panico irrazionale". Tokyo, il contagio. A sua volta anche la borsa di Tokyo si sta facendo contagiare dalle pesantissime perdite con cui hanno aperto i mercati cinesi. Al momento l'indice Nikkei a metà mattinata sta cedendo l'1,6% a quota 20.042,25. La crisi finanziaria in Cina è, secondo un'analisi del Daily Telegraph, il vero problema, rispetto "pantomima greca". Secondo Jeremy Warner, vicedirettore e analista economico del Telegraph, "mentre gli occidentali si stanno concentrando sulla Grecia, una crisi finanziaria potenzialmente molto più significativa si sta sviluppando dall'altra parte del Mondo. Quella che alcuni stanno iniziando a chiamare il 1929 cinese", da nome della pù celebre crisi economica del secolo scorso, "che innescò la grande depressione". Le borse europee tentano il rimbalzo. In Europa dopo due giorni di forti vendite Milano prova a rialzare la testa guadagnando l'1,7%, mentre l'euro è in lieve rialzo rispetto alla chiusura di Wall Street quando segnava 1,0987 contro il biglietto verde: la moneta unica è a 1,1009 dollari mentre contro lo yen passa di mano a 134,15. Bene anche gli altri mercati del Vecchio continente: Londra sale dello 0,6%, Francoforte dello 0,5% e Parigi dello 0,7%. Lo spread è in calo in area 160 punti base con i Btp a 10 anni che rendono il 2,21%: per il momento, quindi, il rischio di un'uscita della Grecia dall'Eurozona non ha avuto impatti sul debito dei paesi periferici.

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