Ora bisogna far abbassare il polverone. Il cambio alla guida della Cassa Depositi e Prestiti con la staffetta tra Bassanini e Costamagna alla presidenza è stato gestito con un’eccessiva irruenza da parte di Renzi (e alcuni sostengono senza il coinvolgimento necessario del ministro Padoan) da scatenare non poche polemiche. Non ultimo il sospetto che il premier voglia trasformare la Cdp nel braccio finanziario della politica industriale del governo e farne il motore della ripresa. D’altronde la Cassa con i 250 miliardi di risparmio postale e partecipazioni in numerose società, è una concentrazione di potere economico come non se ne vedevano dai tempi dell’Iri. Ed è questo il punto. Il rischio è di resuscitare la vecchia Iri. Renzi non ha ancora scoperto le carte. Si è limitato a dire che «l’Italia si trova oggi a un passaggio decisivo per la ripresa e in questo contesto il rafforzamento del ruolo di Cdp risulta ancora più cruciale». Cosa significa? Non si tratta solo di ultimare quello che resta delle privatizzazioni. La Cdp entrerà nel sistema delle utility locali anche per promuovere nuovi merger; sta giocando, inoltre, un ruolo decisivo nella partita sulla banda larga tra Telecom e Metroweb (di cui è azionista) e in tutte le opere infrastrutturali. A fronte di questi obiettivi si capisce il motivo dell’arrivo di Costamagna che ha un passato come capo dell'investment banking in Europa di Goldman Sachs e quindi ha un network di relazioni nella finanza internazionale e nelle grandi banche mondiali che diventano strategiche quando si tratta di rilanciare il Paese. Ma la Cdp non dovrebbe essere né la Gepi perché non può intervenire per salvare aziende decotte (le regole per gli interventi del Fondo Strategico lo impediscono) né, tecnicamente, assomigliare all’Iri visto che non può acquisire quote di controllo di imprese e nemmeno nominare i manager. Insomma i paletti sono stati messi. Ora dipende dagli uomini che la guidano confermarli o toglierli. I fari di Bruxelles si sono accesi. L’Unione teme che la Cassa da soggetto privato con precisi obiettivi di reddività, possa trasformarsi in una sorta di nuova Iri che corra in aiuto di aziende in difficoltà come l’Iri. E il M5S vede nella nomina di Costamagna l’obiettivo di «svendere i gioielli nazionali per un piatto di lenticchie». «Il boccone prelibato - sottolineano i parlamentari 5 stelle - consiste nelle residue aziende strategiche a controllo pubblico, come Eni e le sue controllate, Enel e Finmeccanica». E ricordano che proprio Costamagna «partecipò nel 1992 alle riunioni sul panfilo Britannia dove i banchieri anglo-americani e uomini pubblici e privati italiani decisero le privatizzazioni nazionali».
Il futuro della Cdp secondo Renzi banda larga e fusioni tra utility
Il presidente Costamagna porta una rete di relazioni estere
