Economia

Renzi regala mutui più cari ai giovani

Le banche non si fidano del nuovo contratto a tutele crescenti Così chiedono polizze aggiuntive che aumentano il costo delle rate

Un mutuo per la casa ai più giovani? Sicuramente più semplice oggi, si potrebbe ipotizzare, visto che il precariato è dato per quasi estinto nel panorama lavorativo italiano, assorbito dal nuovo contratto a tutele crescenti creato con il Jobs Act di Matteo Renzi. Peccato che non sarà così, almeno per i primi tre anni di applicazione della normativa fortemente voluta dalle aziende per rilanciare la competitività del sistema Italia. Già, se dalla teoria (contratti più stabili e dunque maggiori garanzie per le banche) si passa alla pratica (la stabilizzazione dura solo per tre anni, scaduti i quali, l’azienda può licenziare senza problemi) ci si scontra con la dura realtà: i lavoratori under 30, con un contratto «nuovo stile» in tasca, che si presentano allo sportello bancario ottengono risposte vaghe e mai definitive sulla possibilità di ottenere l’agognato prestito ipotecario. Risultato: in attesa di capire che direzione prenderà il mercato dell’occupazione in Italia, a guadagnare dal Jobs Act sono ancora una volta le banche. Sì perché l’escamotage per superare le incognite di trovarsi in portafoglio un creditore con un elevato rischio di insolvenza dopo 36 mesi è lo stesso applicato già ora quando si presenta un co.co.co o simili. E cioè la sottoscrizione di una polizza assicurativa, che copra l’istituto dal rischio di licenziamento del mutuatario, oppure la richiesta di una garanzia accessoria come la firma di un parente pensionato o con contratto a tempo indeterminato.   LA RIFORMA DEL GATTOPARDO A confermare il lato «gattopardesco» della riforma del lavoro targata Renzi-Poletti è stata un’inchiesta del sito ancorafischia.altervista.org che ha inviato i suoi giovani collaboratori nelle filiali dei principali istituti italiani testando la reattività nella concessione dei fidi presentandosi in possesso della nuova tipologia contrattuale. Ebbene per ora l’annuncio del premier a Palazzo Chigi del 20 febbraio scorso: «Parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa» resteranno lettera morta. Il nuovo contratto è infatti in vigore da più di un mese ma gli istituti di credito italiani ancora nicchiano. IL «NI» DELLE BANCHE La scusa accampata per frenare gli entusiasmi giovanili in questi primi mesi, secondo il sito web, è in genere quella della mancanza di informazioni. Molti impiegati delle tre principali banche del Paese hanno risposto: «Nessuno si è ancora presentato a chiedere un mutuo con il nuovo contratto». I più solerti hanno preso tempo con un classico: «Giro la pratica alla centrale». Tutti però hanno presentato da subito l’antidoto al probabile diniego da parte dell’ufficio rischi. Si tratta di uno strumento che da volontario tende a diventare condizione obbligatoria da soddisfare per ottenere il fido senza problemi. I nomi sono molteplici: «Polizza sul mantenimento del posto», «Assicurazione sulla perdita del lavoro», «Garanzia della continuità del reddito». La sostanza resta la stessa: per avere un mutuo occorre avere un reddito certo per il periodo del suo ammortamento. Chi ha un contratto a tutele crescenti questa certezza la dà per 3 anni, poi l’alea è così elevata (soprattutto nei primi anni di applicazione del Jobs Act) che nessuna banca riesce a quantificarla. Insomma se a parole per il sistema bancario per bocca del presidente Abi, Antonio Patuelli, ha dichiarato che «non sono contratti di serie B», nella fase operativa non riesce ancora a calcolare il tasso di rischio legato ai nuovi strumenti di lavoro. E nell’attesa che vi siano delle serie storiche con le quali confrontarsi, il problema è risolto con la polizza che tutela le banche dal licenziamento degli affidati.   I COSTI Il p roblema è che le assicurazioni sono un costo aggiuntivo. E ora, anche se i tassi sono sui livelli minimi, le polizze hanno prezzi molto elevati. Per un mutuo da 80 mila euro il costo extra è di circa 10 mila euro. Un ottavo dell’ammontare totale ovvero il 12,5% in più. Una cifra che spalmata su dieci anni fa aumentare la rate di circa 40 euro al mese in più. Ovvio che la copertura non è assolutamente obbligatoria ma à logico che la sua sottoscrizione faciliti non poco l’erogazione del mutuo. La frittata è dunque fatta. Chi è giovane ha minore accesso al credito bancario e quando questo viene accordato ha un costo superiore a rispetto a quelli di mercato. E a guadagnare sono ancora una volta le banche che, nelle more dell’avvio delle nuove regole, renderanno di fatto obbligatoria l’assicurazione contro il licenziamento. L’eventuale pegno sulle mensilità pagate a chi esce dal lavoro dopo 36 mesi, e cioè la garanzia sull’indennizzo monetario erogato che è pari a 2 mensilità l’anno dunque al massimo sei stipendi, è un fattore non sufficiente. Considerato il livello degli stipendi di ingresso, infatti, la somma finale equivalente alla buonuscita si trasforma in una somma non proporzionata alla cifra media di qualunque mutuo erogato oggi in Italia. Dunque anche le parole di Patuelli: «L’indennizzo monetario rappresenta una garanzia per le banche» sembrano più un’enunciazione di principio rispetto alla realtà economica.   LA FIRMA Problemi nuovi soluzioni vecchie. È la massima che va applicata anche in questo caso. Già, la via d’uscita all’impasse sarà probabilmente la stessa del passato: la firma di garanzia di genitori e parenti, difficilmente negata. A patto che questi siano ricchi o comunque non precari e disagiati. Perché in quel caso l’inclusione sociale va farsi benedire con buona pace dei propositi solidali di Renzi e del suo governo.

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