"Il Qe sta funzionando e le prospettive di crescita sono oggi più favorevoli che negli ultimi anni ma bisogna che la ripresa debole e disomogenea acquisti forza e stabilità, insomma che da ciclica diventi strutturale". Con soddisfazione ma senza compiacimento Mario Draghi, in un'audizione alla Camera dei Deputati, ha fatto il punto sull'ultima delle misure varate dalla Banca Centrale Europea sottolineando, nel confronto con il mondo politico, che da sola "la politica monetaria non può accrescere il potenziale produttivo perché questo dipende dalle riforme strutturali" le uniche con cui "si può ottenere una convergenza reale duratura" fra le economie dell'Eurozona. Draghi ha ripercorso il cammino fatto dalla Bce dal 2011 a oggi, quando "occorreva rimuovere i timori di reversibilità dell'euro". "A distanza di quasi 4 anni posso dire che abbiamo fatto progressi significativi" ha ammesso, ma senza rinunciare allo stimolo a fare di più, grazie anche alle prospettive aperte dal Quantitative Easing varato dalla Bce lo scorso 22 gennaio. "Con il QE - ha osservato - la Bce crea un clima che favorisce le riforme strutturali, difficili da attuare in una congiuntura negativa: un parere - ha sottolineato - esattamente opposto rispetto a quanti lamentano che il programma di acquisti potrebbe disincentivare i paesi a varare i necessari cambiamenti, un approccio definito "un argomento dubbio". "Sono abbastanza ottimista - ha osservato il presidente della Bce - perché credo che le riforme necessarie siano più facilmente attuabili se la situazione di fondo migliora". "La vera ripresa solo con riforme strutturali". Per Draghi "oggi il Quantitative Easing ha avuto un effetto che non avrebbe potuto avere prima dell'operazione di scrutinio e pulizia dei bilanci delle banche fatta nel 2014. Prima non esistevano le condizioni per il varo di un programma del genere, anche perché - ha ricordato - le aspettative di inflazione non giustificavano operazioni di questo tipo. Il Qe comunque non riduce gli squilibri ma dà un sostegno generalizzato e chi ne sa approfittare di più va avanti meglio e cresce di più". D'altronde, ha spiegato, le misure precedenti, come le maxi iniezioni di liquidità e gli acquisti di coverd bond e Abs, avevano solo in parte raggiunto il loro obiettivo: "Il potenziale espansivo degli interventi decisi fra giugno e ottobre 2014 era ancora incerto perché dipendeva dalle decisioni delle banche di avvalersi dei prestiti concessi". Banche inclini piuttosto a investire in acquisti di titoli di Stato che a finanziare l'economia reale. Per questo lo stimolo "andava rafforzato e doveva diventare più controllabile quantitativamente, per entrare nell'economia indipendentemente dalle decisioni delle banche". Draghi ha colto l'occasione per smentire voci su problemi dell'Eurotower nel reperire il debito sovrano richiesto dal programma QE: "A oggi contiamo di raggiungere i 60 miliardi di euro per il mese di marzo anche se gli acquisti sono iniziati solo il 9. Non ci sono segnali di scarsità di titoli di stato, questa non è una prospettiva realistica" ha spiegato. Ma Draghi non ha risparmiato le punture a chi attribuisce alla moneta unica la colpa delle attuali difficoltà del nostro Paese: "Lo spread di 500 punti base pagato dall'Italia rispetto ai Bund nei momenti peggiori della crisi del 2011 e 2012 era esattamente quello che gli italiani hanno pagato per 15 anni in media prima dell'introduzione dell' euro. Un dato che - ha aggiunto - è un elemento utile per chi volesse fare paragoni sull'utilità della moneta unica per il nostro Paese".
Draghi: "L'euro ha ridotto lo spread"
L'audizione alla Camera del presidente della Bce: "La politica monetaria non basta da sola, servono le riforme strutturali"
