Economia

Soldi e aziende, moriremo tutti cinesi?

Il paradosso dello shopping di Pechino: le imprese occidentali chiedono fondi. Ma no al superpotere del Partito Comunista LEGGI Pirelli corre in Borsa dopo la vendita

Moriremo cinesi? Le cronache economiche sono note: la China National Chemical Corporation, abbreviata in ChemChina, attraverso la controllata China National Tire & Rubber Co. (CNRC) ha acquistato parte della Pirelli. Non addentriamoci tra i mille accordi finanziari e sindacali dell’operazione. La Pirelli e la società cinese si conoscevano da tempo: già nel 2004 la società milanese aveva siglato accordi commerciali e produttivi con la Aeolus Tyre (un’altra società controllata dalla ChemChina). Quando le dimensioni di un’impresa diventano importanti, nell’ambito di un mercato sempre più globale, gli accordi commerciali e il trasferimento di produzioni sono uno dei comportamenti strategici utili per garantirne la sopravvivenza. Nulla di male se medie e grandi imprese si muovono in giro per il mondo per effettuare accordi ed acquisti. Però bisogna considerare che la Cina si muove con principi, obiettivi e capitali differenti. Nella maggior parte dei casi, così com’è successo con la nostrana Pirelli, a muoversi sono le società a controllo pubblico. In una nazione in cui è il partito-Stato che pianifica e governa anche (soprattutto) l’economia del Paese, le regole del gioco sono differenti. L’economia capitalista democratica dell’Occidente subisce quella politico-statale non democratica dell’Occidente? Se si gioca a Monopoli con regole differenti parte avvantaggiato chi si siede al tavolo con la consapevolezza di essere strutturalmente maggiormente competitivo. Così le banche e i fondi cinesi acquistano partecipazioni azionarie in attività strategiche, non solo in Europa, ma soprattutto in Italia. L’Europa, molto attenta alle dinamiche dei bilanci degli Stati membri, non è riuscita a creare uno scudo contri i cinesi. Anche perché i dati parlano chiaro: quasi la metà delle esportazioni europee verso la Cina sono tedesche. Anche se la bilancia commerciale tra Europa e Cina è a favore di quest’ultima per 132 miliardi di euro. Il disequilibrio all’interno dell’Europa e tra l’Europa e la Cina favoriscono i commerci e le acquisizioni del paese del Dragone. L’Europa è debole: non ha mai pensato seriamente (anche se nella scorsa legislatura vi sono stati tentativi) ad una politica industriale e commerciale basata sulla reciprocità, sulla tutela delle nostre produzioni (il famoso Made In) e sull’erigere barriere tecniche verso le importazioni di merce spazzatura. Allora la People’s Bank of China si muove nell’ambito delle acquisizioni strategiche: ad oggi ha una quota significativa in Assicurazioni Generali, Telecom Italia, Prysmian, Enel, Eni, Eni, Mediobanca, Saipem e Terna. La società cinese Sate Grid International Development Limited detiene tramite una controllata il 35% del capitale di CDP Reti Spa titolare del 28,98% di Snam e 29,85% di Terna. Rispettivamente, quest’ultime sono le reti di distribuzione del gas e dell’energia elettrica. Le società pubbliche cinesi China Development Bank, Export-Import Bank of China, Industrial e Commercial Bank of China e la potentissima China Investment Corporation sono pronte per sbarcare in Europa ed in Italia. La Cosco ha già acquisito il Pireo ed ora si pensa ad una nuova Via della seta: una costosa rete d’infrastrutture che collega la Grecia con i Balcani. Non dimentichiamoci che in un ottica di espansione internazionale della Cina, le imprese di Stato hanno a disposizione un capitale di 4.000 miliardi di dollari da investire. Bruxelles è avvertito.

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