Economia

Pirelli corre in Borsa dopo la vendita

L’azione sopra i 15 euro, soglia dell’Opa. I piccoli soci vogliono di più

Pirelli corre in Borsa dopo l’ufficializzazione dell’accordo, arrivato nella serata di domenica, che prevede il passaggio del controllo della società di pneumatici ai cinesi della ChemChina. Il titolo ha chiuso la seduta a 15,50 euro (+1,77%) superando il valore stabilito per l’Opa, ovvero il prezzo che sarà pagato per convincere gli azionisti a vendere le azioni prima di togliere la società dalla Borsa. Una corsa interpretata dagli analisti con il fatto che si starebbe scontando nelle prospettive di chi compra e vende a Piazza Affari la possibilità che il prezzo di Opa possa essere innalzato per permettere il delisting a Piazza Affari. Il mancato riconoscimento di un extra premio ai soci di minoranza potrebbe disincentivare quest’ultimi a cedere le proprie quote. Questo impedirebbe il raggiungimento della raccolta del 95% delle azioni in circolazione (quota necessaria per poter procedere poi al delisting). I soci di minoranza potrebbero avere tutto l’interesse nel bloccare l’operazione senza un giusto premio, viste le potenzialità di sviluppo del business con l’espansione sul mercato cinese. Insomma il punto di vista dei possessori di piccole quote è quello che se si deve cedere un pezzo della storia industriale del Paese a un paese emergente almeno lo si faccia pagare caro. Già, praticamente chiusa l’operazione di cessione resta un po’ di amarezza per la sensazione di impotenza del Paese di fronte allo strapotere finanziario dei nuovi ricchi. In più non sono placate le preoccupazioni relativamente alla forza lavoro soprattutto per quelli della parte manifatturiera. Ieri è sceso in campo lo stesso Tronchetti Provera a rassicurare i dipendenti. «L’accordo con i cinesi -ha sottolineato Tronchetti - non avrà alcun impatto sull’occupazione anzi l’opportunità di un partner come ChemChina consentirà alla società di diventare più grande e di avere una penetrazione ancora più efficace sui mercati asiatici. Le nostre fabbriche e più in generale l’occupazione non potranno che beneficiare, in prospettiva, dell’ingresso del nuovo azionista». Anche per il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, non ci sono preoccupazioni del cambio della guardia al comando della Pirelli che ha mantenuto «la sua testa in questo Paese con una forte presenza nazionale». Poletti ha poi aggiunto che «a volte ci sono investimenti ostili, più interessati a chiudere un'impresa per avere meno concorrenza . Se ci sono degli investitori italiani, benissimo ma se non ci sono, piuttosto che imprese che pian pianino, per mancanza di investimenti, finiscono per invecchiare e chiudere, e non è una bella idea, bisogna stare dentro questo dinamismo e bisogna farlo avendo un'idea». Meno ottimista anche un imprenditore come Andrea Illy, patron dell'omonimo gruppo, che sul made in Italy continua a credere e a investire con i suoi mezzi, non cedendo alle lusinghe dei capitali internazionali. Il suo pensiero è quello che meglio interpreta la sensazione di essere diventato un paese di capitalisti “gnomi”: «Dispiace vedere le aziende Italiane in mani straniere, ma da noi non esiste un mercato dei capitali, come invece è avvenuto in Francia». I soldi sempre quelli, in realtà nelle famiglie ce ne sono tanti ma non riescono ad arrivare nelle aziende nelle quantità necessarie. Ma non solo quello manca. Anche la politica industriale non è mai stato il punto forte in Italia. Lo ha detto ieri anche Prodi: «La politica industriale si fa a Pechino». Scordando forse l’abbandono dell’alimentare italiano con la vendita della Sme da lui avviata negli anni ‘90.

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