Economia

A Madrid e Berlino più lavoro. In Italia no

Mentre da noi si pensa di creare posti per decreto, l’Europa cambia marcia In Germania disoccupati al 4,7%. In Spagna a picco i sussidi a chi non ha il posto

Ecco la differenza tra il paese «formica», come la Germania, che non molla di un centimetro la sua politica del rigore. E così facendo incassa soldi da tutti gli investitori del mondo remunerati quasi allo zero per cento, e il paese «cicala» come l’Italia che, dopo aver speso risorse e fondi di competenza delle generazioni successive, brucia posti di lavoro, distrugge conoscenza, non avvia politiche industriali degne di tale nome e si crogiola in riforme e riformette del mondo del lavoro. Questo è il vero spread con l’Europa. Quello finanziario è solo una conseguenza di questo divario. La considerazione non è il frutto di costruzioni mentali. No, sono i numeri a dire quanto tempo il Paese stia perdendo attorno a dibattiti e difese corporative di privilegi del Novecento. E ieri questi numeri sono arrivati.     LA GERMANIA Occupazione record e disoccupazione in calo in Germania. Il mercato del lavoro tedesco ha raggiunto un livello record per l'ottavo anno consecutivo nel 2014, secondo un rapporto pubblicato da Destatis. Sono stati impiegati una media di 42.598 milioni di persone nel 2014, 372.000 in più, ovvero lo 0,9 per cento, rispetto all’anno precedente. Il numero dei disoccupati è diminuito di 77.000 persone, ovvero il 3,5 per cento rispetto all'anno precedente, a 2,105 milioni, secondo le stime provvisorie in base alla rilevazione sulle forze di lavoro. Il tasso di disoccupazione, che è stato minore rispetto a tutti gli altri Stati membri dell'Ue, era al 4,7 per cento, in calo rispetto al 4,9 per cento del 2013. Non è chiaro di che tipo di occupazione si tratti, visto che l’analisi qualitativa spesso non è così immediata come quella numerica. È diffusa infatti in Germania la pratica dei «mini job» ovvero dei cosiddetti lavori semi permanenti tolti dalle statistiche dell’economia sommersa attraverso una minima contribuzione richiesta al datore di lavoro. Dunque i dati spesso trionfalistici vanno analizzati nel dettaglio. Certo è che il problema principale del mercato del lavoro germanico non è certo centrato sull’idea di come buttare fuori dal perimetro aziendale i lavoratori in eccesso (necessità assolutamente legittima ma non prioritaria) ma sulla creazione di un ambiente economico solido e certo dove le condizioni legali, burocratiche e fiscali siano in grado di creare un ambiente sano e favorevole allo sviluppo delle imprese.     LA SPAGNA Il paese iberico non può essere additato certo un modello di efficienza del mercato del lavoro. Il suo tasso di disoccupazione è stato sempre uno dei più elevati in Europa. Il numero dei senza lavoro è stato sempre abbondantemente sopra il 25% dei cittadini abili al lavoro. Eppure le riforme avviate dal governo di Mariano Rajoy dopo le richieste di Bruxelles per rendere più competitivo l’ambiente economico spagnolo hanno cominciato a dare i primi frutti. Non è la medicina che può guarire i mali di tutti i paesi europei ma alla fine il cambio di passo è stato produttivo. Proprio ieri infatti l’esecutivo spagnolo ha annunciato che a dicembre il numero di persone richiedenti il sussidio di disoccupazione è sceso di 64,4 mila a 4,45 milioni di unità. Nell’intero anno il dato ha evidenziato una contrazione di 253,6 mila unità, il calo maggiore dal 1998. Meno richieste di sussidio significano che più persone hanno trovato un impiego.     LA FRANCIA Anche la Francia ha capito la prima legge dell’economia. E cioè che per creare lavoro non servono leggi ma ricchezza. Così l’Eliseo punta a una crescita superiore all’1% dell’economia transalpina per frenare l’aumento della disoccupazione. Il presidente Hollande, ha affermato «lasciare continuare trend di bassa crescita ci porterà alla stagnazione». Così ha varato per quest’anno un piano di riduzione delle tasse per le imprese e di snellimento della burocrazia.

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