Economia

Lagarde: "La Bce deve fare di più"

Ha parlato anche di disoccupazione giovanile: "Il settore finanziario potrebbe volare troppo vicino al sole e il pericolo è che un cambiamento repentino della fiducia possa avere effetti a catena sul mondo intero"

Christine Lagarde tira per la giacca Mario Draghi per spingerlo a pigiare il bottone del «bazooka» con cui fermare la crisi. Il direttore del Fmi parla in occasione delle celebrazioni per i 70 anni dell'istituto che venne fondato nell'ambito degli accordi di Bretton Woods, con il compito di regolare l'andamento dell'economia internazionale. Lagarde spiega che le previsioni sull'inflazione non migliorano e "le aspettative continuano a essere al ribasso, la Bce dovrebbe fare di più, incluso l'acquisto di titoli di Stato". Aggiunge che le possibilità di una nuova recessione nell'Eurozona sono molto elevate: "Secondo le nostre stime una nuova crisi è probabile tra il 35-40%, un valore non insignificante. Solo se saranno messe in atto le giuste politiche, se tutti i Paesi faranno quello che devono fare, la recessione si potrà evitare. Se non si farà nulla però, il rischio è più che concreto". Per adesso però la Bce attende. Almeno per due ragioni: da un lato ha da poco varato il nuovo piano d'acquisto di Abs e di titoli garantiti da mutui da cui si aspetta molto, soprattutto in termini di credito all'economia reale. Dall'altro, a causa dell'ostruzionismo da parte della Bundesbank principale azionista della Bce. Ma è non c'è solo questo. Tutto il governo tedesco sembra contrario al «bazooka». Sempre da Washington, il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, è tornato ad additare Italia e Francia come responsabili della recessione: "La situazione in Europa cambierà quando Francia e Italia attueranno le riforme strutturali". Eppure anche la Germania ha mostrato negli ultimi giorni evidenti segni di rallentamento, soprattutto per i dati sulla produzione industriale e sull'export. I due segnali hanno fatto pensare che la paura di un'eventuale nuova recessione potesse finalmente spingere anche i tedeschi ad appoggiare gli stimoli monetari. Schaeuble, in ogni modo ha smorzato subito ogni possibilità: "È vero, abbiamo un problema di poca crescita, e per questo dobbiamo dare priorità agli investimenti. La Germania rimane il motore dell'Eurozona. Quest'anno il Pil crescerà dell'1,5%. I dati negativi non cambiano il quadro complessivo, la Germania è influenzata di più da alcuni rischi". Lagarde ha parlato anche di disoccupazione giovanile e dei dei rischi sistemici cui va incontro l'economia mondiale: "Il settore finanziario potrebbe volare troppo vicino al sole« e il pericolo è che un cambiamento repentino della fiducia possa avere effetti a catena sul mondo intero". Ci sono troppi «segnali allarmanti» soprattutto nel settore non bancario: i fondi comuni rappresentano il 27% del debito globale ad alto rendimento, il doppio dei livelli del 2007. Inoltre, le 10 principali società di asset management controllano attività per 19.000 miliardi di dollari, più di quanto valga la prima economia al mondo, quella statunitense. Non solo. Nei due decenni precedenti la crisi, i prestiti bancari internazionali come percentuale del pil globale sono saliti del 250%, «un fatto positivo che permette a più persone di accedere alla rete finanziaria mondiale». L'aspetto negativo è che ciò »rende le crisi finanziarie più probabili e quando si verificano sono più violente«, come nel 2008. »Accelerazione, stabilità e solidarietà«, queste le scelte da fare in futuro contro »stagnazione fragilità e isolamento«. In cima alla lista del numero uno del Fondo c'è comunque la necessità di »rendere il mercato del lavoro più inclusivo«, attuando politiche attive del mercato del lavoro e programmi di training per aiutare i giovani e più misure a favore della famiglia come accordi di lavoro flessibili per attirare più donne nella forza lavoro. Infatti, ha riconosciuto, in alcune regioni del sud Europa e del nord Africa la disoccupazione giovanile è un »problema sociale cronico, che porta a una diffusa disillusione«. In generale »siamo bloccati in una crisi occupazionale dolorosa«, ha aggiunto. La dimensione del problema è imponente: 200 milioni di persone nel mondo stanno cercando un lavoro. Se queste formassero il loro stesso Paese, sarebbe il quinto più grande al mondo.

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