Economia

La rivolta contro la Germania

di Piergiorgio Gawronski

Tira aria di fronda in Europa. La Francia si ribella all'austerità, Renzi applaude. E rispedisce al mittente i toni da maestrina di Angela Merkel. Si tratta di scosse destinate a crescere di intensità nei prossimi mesi. Sono il risultato del lento movimento di due placche tettoniche, l'una contro l'altra: la deriva nazionalista della Germania e il progressivo fallimento dell'Eurozona. Fallimento in senso letterale: i debiti pubblici esplodono. Ma anche quelli privati non se la passano bene: le sofferenze bancarie macinano nuovi record. E fallimento metaforico: siamo l'unica area valutaria al mondo a non aver recuperato i livelli di reddito del 2007. Di questo fallimento Mario Draghi ha preso atto pubblicamente, per la prima volta, in un discorso 'di svolta', il 22 Agosto a Jackson Hole. Se ne è assunto la responsabilità: la crisi Europea del 2011-12 «non è nata tanto dall'alto livello dei debiti pubblici», che «non sono superiori a quelli di altri paesi», bensì «dal rifiuto della BCE di assicurare (backstop) i titoli pubblici». In seguito, si è sbagliato a sottovalutare «la debolezza della domanda». Chapeau! Ma Draghi ha anche proposto ai paesi Europei un compromesso. (1) Usare la politica monetaria per finanziare a basso costo una politica di bilancio espansiva (deficit e investimenti pubblici) nei paesi dove c'è spazio ( Germania), per rilanciare la crescita Europea. (2) «Riforme strutturali» (meno tutele sociali, costo del lavoro) nei paesi mediterranei, per riequilibrare i rapporti di competitività in Europa. La prima proposta risulta indigesta ai tedeschi, la seconda ai latini. I quali hanno ragioni da vendere e però non potendo imporre alla Germania politiche di bilanci meno soffocanti, provano a stimolare i consumi e gli investimenti con i loro scarsi mezzi finanziari. Meglio di niente: ma farebbero meglio a chiedere alla Merkel che i compiti a casa li facesse anche la Germania.

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