Per capire quanto l’asse franco-italiano stia incidendo sulle politiche europee bisogna leggere l’organizzazione interna della nuova commissione. È una decisione del presidente, Jean Claude Juncker, sui poteri dei suoi vice e dei commissari. L’articolo più interessante, come spesso accade, è l’ultimo: il sesto. Vi si legge: «Nel campo del coordinamento e della sorveglianza sulle politiche economiche e di budget degli stati membri, in particolare quelli dell’area euro, ogni decisione che richieda l’approvazione da parte della Commissione ai sensi dei trattati è preparata e presentata dal vice presidente per l’Euro congiuntamente con il commissario agli affari economici e finanziari». E che vuol dire? Molto semplice. Finora l’uomo che controllava i nostri conti, che ci faceva le pulci (al punto da essere uno dei protagonisti nella caduta del governo Berlusconi, oltre Berlusconi stesso, nel 2011) era il commissario agli Affari economici. Finora il finlandese Olli Rehn, quello che alzava il ditino e ci diceva cosa fare e cosa no. Matteo Renzi e Francois Hollande hanno reclamato fortissimamente quella posizione proprio nella speranza di poter aprire la partita della flessibilità. La Merkel alla fine ha ceduto e ha acconsentito e alla fine in quella posizione è stato nominato l’ex ministro transalpino Pierre Moscovici. La cancelliera tedesca, però, è una che la politica europea la sa fare, sa come contare, sa far pesare le proprie autorità e autorevolezza anche oltre le reali misure. D’ora in poi infatti Moscovici (che oggi riferirà all’Europarlamento) può stare a Bruxelles ma starà simpaticamente a scaldare la sedia perché colui che prenderà tutte le decisioni sarà il vicepresidente per l’Euro. E chi è? Ecco, qui siamo alle dolenti note. Si chiama Valdis Dombrovskis. Il Tempo se ne è occupato in passato. Era il premier della Lettonia, il primo ad affrontare la crisi economica e a soffrire delle turbolenze dell’euro già qualche anno prima dell’Italia. Ebbene, Dombrovskis adottò una cura da cavallo con manovre che ammontarono al 17% del Pil. La Lettonia ha penato e spasimato per un bel po’ ma ora l’economia ha ripreso a correre tanto che il suo ormai ex capo di governo ritiene che anche altri Paesi in affanno dovrebbero seguire alla lettera la sua ricetta. Tanto per capirsi sarebbe come se Renzi facesse adesso non una manovra da 20 miliardi ma da 300. Certo, l’Italia non è la Lettonia. Le due economie non sono minimamente raffrontabili. Ma tanto basta a capire che cosa pensa Dombrovskis della tanto agognata flessibilità. E soprattutto come sia convinto che l’austerità faccia bene all’economia e anche ai popoli che si trovano ad averne a che fare. Sarà a lui che Padoan dovrà spiegare come mai l’Italia non solo non scende dello 0,5% nel deficit/pil come previsto dal fiscal compact bensì intende salire dall’attuale 2,7 sino al 3 quest’anno per poi scendere al 2,9 l’anno prossimo: troppo "pericolosamente" (per Bruxelles) vicino alla soglia massima. Insomma, per tanti giorni abbiamo tenuto che il nostro controllore (ma sarebbe meglio dire il controllore dei nostri conti) sarebbe stato il superfalco Jyrki Katainen, un giovane finlandese che piace molto alla Merkel, forse da quando chiese che la Grecia desse il Partenone a garanzia per ottenere gli aiuti dalla Ue. Ora si va lentamente scoprendo che della "coppia" di ragazzi che piacciono tanto a Berlino, Katainen è il moderato e Dombrovskis è il vero superfalco. Non è finita qui. Anche nella partita della burocrazia europea (che poi è quella che veramente decide) stiamo andando male. Finora abbiamo incassato un solo capo di gabinetto, Stefano Manservisi, guarda caso quello della Mogherini. La Germania, tanto per capirci, ne ha ottenuti tre tra qui il più importante, Martin Selmayr, che guida lo staff del presidente Juncker, il quale per inciso è lussemburghese. Ma anche la Finlandia ne ha incassati due. È una partita nascosta, che si gioca lontano dai riflettori della politica. Ma forse è la partita decisiva. D’altro canto all’interno del governo c’è stato un lungo dibattito sulle cifre da inserire nella nota di aggiornamento del Def approvata appena due giorni fa dal Consiglio dei ministri. Erano due le scuole di pensiero a fronteggiarsi tra chi suggeriva una linea prudente, fissando il deficit/pil al 2,7%, in sostanza confermando il dato precedente. E chi (tipo in Ragioneria) invece spingeva per posizionare l’asticella a quota 3-2,9%. Quei due-tre decimali valgono circa un miliardo di euro, ma ciò che conta è il valore politico. Il messaggio che lancia l’Italia è: non solo ce ne freghiamo del fiscal compact ma ci prendiamo tutto il margine possibile stabilito da Maastricht. È una provocazione bella e buona. Come reagirà la Commissione? Molto probabilmente risponderà che l’Italia non rispetta i parametri e che deve impegnarsi a osservarli. Farà la voce grossa e la farà fare a Moscovici impegnato in una delle sue prime uscite pubbliche e sotto lo strettissimo controllo del lettone. E Renzi? Avrà gioco facile strillando contro l’Europa e affermando che li rispetterà quando la Ue sgancerà i 300 miliardi annunciati. Questo il copione, tra qualche giorno vedremo che va in scena.
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