Più di 4 mila fallimenti nel secondo trimestre dell’anno. Ecco il conto dell’inerzia politica nel prendere di petto la crisi. Che non è più solo ciclica né strutturale. No, è un’altra cosa, qualcosa che lo stesso governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, non ha esitato a definire ieri un «territorio inesplorato». E se lo dice lui, che ha a disposizione flussi di dati certificati e le migliori competenze economiche nel suo Ufficio Studi, allora c’è da preoccuparsi. In attesa che la politica dia un segnale di attenzione. E che gli italiani ritrovino la fiducia in loro stessi, la crisi continua a presentare un conto che oltre a essere salato mette a rischio la stessa coesione sociale del Paese. Nei giorni scorsi il Tempo ha segnalato che mentre gli annunci del governo si moltiplicano e si accavallano, continuano a chiudere secondo un calcolo a spanne, circa 107 aziende al giorno. I dati erano della Confesercenti che segnalava le sole cessazioni di attività. Ora si ha la certezza del vero dazio pagato dal sistema economico italiano. Tra aprile e giugno più di 4 mila imprese hanno aperto una procedura fallimentare, segnando così un incremento del 14,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. La crescita a doppia cifra porta i default oltre quota 8 mila se si considera l'intero semestre, in crescita del 10,5% rispetto al livello già elevato dell'anno precedente e record assoluto dall’inizio della serie storica risalente al 2001. Sono questi gli ultimi dati diffusi dal Cerved. «Stiamo vivendo - commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved - una fase molto delicata per il sistema delle Pmi italiane: la nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato con successo la prima fase della crisi e che stanno pagando il conto al credit crunch e di una domanda da troppo tempo stagnante». L’incremento più sostenuto si osserva tra le società di capitale, la forma giuridica in cui si concentrano i tre quarti dei casi, che superano nel primo semestre quota 6 mila. Minore invece l’incremento del fenomeno tra le società di persone (+5,9%) e tra le altre forme (+1,8%).L’analisi condotta dal Cerved mostra come i fallimenti riguardano indistintamente tutta la Penisola. «I tassi di crescita - prosegue De Bernardis - sono ovunque a doppia cifra ad eccezione del Nord Est, in cui si registra un incremento del 5,5%, il livello più basso di tutto il territorio. In crescita del 14% rispetto al primo semestre 2013 i fallimenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, del 10,7% nel Nord Ovest e del 10,4% nel Centro». A livello settoriale, la maglia nera spetta ai servizi che contano un aumento del 15,7%, in netta accelerazione rispetto al primo semestre del 2013. Continuano, anche se con dei ritmi più lenti, le procedure nelle costruzioni e nella manifattura: i fallimenti di imprese edili crescono nei primi sei mesi del 2014 dell'8,2% (+12,8% nel 2013), mentre per le imprese manifatturiere l'aumento è del 4,5% (+10,5% nel primo semestre dello scorso anno). In discesa le procedure non fallimentari. Tra aprile e giugno le domande di concordato in bianco sono state 665, il 52,2% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «Questo dimezzamento è l’effetto dei correttivi legislativi introdotti nel settembre del 2013 e, in particolare, della possibilità per i tribunali di nominare un commissario giudiziale che monitori la condotta del debitore. Ne è seguita una netta diminuzione dei concordati comprensivi di piano, che nei primi sei mesi del 2014 si sono ridotti del 12,3% rispetto alla prima metà del 2013».
Da aprile a giugno 4 mila fallimenti. Ecco chi paga il conto della politica
