Negli ultimi dodici anni, dal 2001 al 2013, nel manifatturiero, un milione e 160 mila addetti hanno perso il loro posto di lavoro e sono state chiuse 120 mila imprese. Sono i dati rilevati dal Centro studi di Confindustria nel rapporto che delinea gli scenari industriali. "La crisi - si legge nel rapporto - ha accelerato un calo già iniziato negli anni precedenti, colpendo tanto il nord quanto il sud". Nel dettaglio l'Italia, dal 2000, registra picchi negativi maggiori nell'industria del computer e macchine per ufficio (dove la produzione è praticamente azzerata) e in quella dei tabacchi, entrambi comparti che si caratterizzavano per un andamento in caduta libera già prima della crisi. Inoltre la produzione si è più che dimezzata nell'elettronica e nel comparto automobilistico ed è prossima al 50% di quella d'inizio periodo nel tessile, nella pelletteria e nel legno (escluso i mobili). L'Italia ha avuto performance opposte rispetto a quelle rilevate a livello mondiale: l'elettronica e i computer e le macchine da ufficio, mentre registrano la maggior crescita globale, registrano i dati peggiori in Italia. Al contrario, l'industria cartaria e l'abbigliamento, che in Italia hanno retto meglio di quasi tutti gli altri settori, posizionandosi rispettivamente al secondo e sesto posto nella graduatoria dei tassi di crescita della produzione nazionale al 2013, si collocano a livello mondiale nella parte basse della classifica. L'andamento della produzione manifatturiera italiana dunque, come segnala il Csc, appare in gran parte slegato dal trend internazionale. Le ragioni di questa anomalia dell'Italia sono sostanzialmente due: da un lato la peculiarità della socializzazione produttiva del suo sistema industriale, che comporta un sostanziale disallineamento della struttura della sua produzione e dall'altra l'andamento della domanda interna che in Italia è stato di gran lunga il peggiore rispetto a quanto riscontrato negli altri Paesi industriali. Tra le cause di questa dinamica si contano il calo della domanda interna, l'asfissia nel credito, l'aumento del costo del lavoro slegato dalla produttività, la redditività che ha toccato nuovi minimi. La produzione del settore manifatturiero si espande in tutto il mondo, ma l'Italia è in netta controtendenza. Paesi emergenti. Destino diverso per i paesi emergenti che continuano a correre, nella produzione manifatturiera globale, mentre l'Italia arretra ancora. Secondo gli scenari industriali, il nostro Paese si colloca all'ottavo posto, registrando dal 2007 al 2013, un calo produttivo del 5%, superato da Paesi come l'India (sesto posto) e il Brasile (settimo posto) che registrano rispettivamente, sempre negli anni 2007-2013, una crescita produttiva del 6,2% e dello 0,8%. A livello mondiale, tra il 2000 e il 2013, l'incremento dei volumi prodotti è stato del 36,1%, l'Italia ha registrato un calo del 25,5%. Il divario si era aperto già prima del 2007, spiegano i tecnici di viale dell'Astronomia, e si è allargato drammaticamente dopo. In sei anni l'Italia è passata dal quinto all'ottavo posto nella graduatoria internazionale dei maggiori Paesi produttori elaborata annualmente dal Csc.
Il manifatturiero in calo del 25%
Negli ultimi 12 anni persi oltre un milione di posti di lavoro. Guadagnano mercato i paesi emergenti
