Un assaggio di jobs act. Un primo provvedimento per favorire “il rilancio dell'occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”, almeno secondo le intenzioni del governo e il nome del decreto approvato in Consiglio dei ministri. Poi dovrà arrivare un disegno di legge con deleghe all'esecutivo per riformare gli ammortizzatori sociali e i servizi per il lavoro, e per riordinare le forme contrattuali. Intanto, come nei piani di Renzi, è stato pubblicato il decreto che mette mano sul regime dei contratti a termine e sull'apprendistato. Tra mille polemiche. Al presidente del Consiglio era bastato quel “se ne faranno una ragione”, nell'ipotesi di dissenso delle parte sociali sulla sua riforma, per smantellare con una battuta decenni di tavoli di concertazione. Ma le parti sociali non stanno di certo a guardare. Del decreto fortemente voluto dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti (qui il testo), a far discutere è soprattutto la cancellazione dell'obbligo per il datore di indicare le motivazioni della scelta di un impiego a tempo determinato anziché di un contratto senza termine. Un'ipotesi prima concessa solo per il primo rapporto di lavoro, e adesso estesa a tutto il periodo di durata massima dei contratti. È la cosiddetta “acausalità”, che di fatto spazza via i limiti introdotti dalla riforma Fornero nel tentativo di limitare la precarietà del lavoro atipico. Il decreto prevede la durata massima dei contratti a termine fino a 36 mesi. Ma adesso i contratti possono essere reiterati fino a 8 volte, e senza più l'obbligo della pausa di 10 e 20 giorni tra un contratto e l'altro. Un limite introdoto è di tipo quantitativo rispetto all'organico: non più del 20% del personale di un'azienda può essere inquadrato a termine, le aziende fino a 5 dipendenti possono stipulare solo un contratto di questo tipo. Il decreto interviene anche sull'apprendistato, che la riforma Fornero individuava come il canale principale di accesso al mondo del lavoro (più nella teoria della legge, che nei dati di fatto. Perché oggi solo il 10% degli avviamenti al lavoro avviene con l'apprendistato, mentre per ben il 68% dei casi si accede al primo impiego con un contratto a termine). Prima il datore non poteva stipulare nuovi contratti di apprendistato se non aveva assunto in via stabile almeno il 30% degli apprendisti già alle sue dipendenze. Adesso potrà sostituire i vecchi apprendisti senza questo vincolo. E non avrà più l'obbligo di garantire loro la formazione di secondo livello (adempimento prima necessario, pena nullità del contratto, e adesso solo eventuale). Tutto questo dovrebbe servire a rendere più facile da subito fare nuove assunzioni ed evitare i conteziosi, semplificando le modalità di stipula contrattuali e gli obblighi burocratici per le imprese. Un intervento urgente e necessario, secondo il ministro Poletti, alla luce della drammatica situazione occupazionale in cui versa il Paese e per il fatto che ancora “scontiamo crisi aziendali di 3 o 4 anni fa”. Camusso. Non la pensa così Susanna Camusso. Il segreterio generale della Cgil ha pronunciato parole durissime su questa prima trance di riforma. “Il governo ha esordito bene sul piano dei redditi, ha esordito invece malissimo sul piano delle regole del lavoro”, ha detto oggi intervenendo al Forum di Confcommercio di Cernobbio. Secondo la leader sindacale, il governo si sarebbe dovuto concentrare soprattutto a “contrastare la lunga stagione di precarietà di ingresso al lavoro che diventa vincolo”. “Il problema vero è che il lavoro in Italia è poco”, ha detto. “Lo scivolamento verso la povertà non è solo un aspetto di diseguaglianza generale, ma è il frutto di una presenza di lavoro povero e dell'assenza di lavoro”. In sintesi: bene ha fatto il governo ad abbassare la pressione fiscale per i lavoratori fino a 25mila euro (e “ora è necessaria una operazione analoga anche per i pensionati”), male ha fatto ad approvare il decreto sui contratti a termine e l'apprendistato: “Non si investe in formazione, si investe nuovamente in precarietà che non è utile”. Sulle polemiche per il taglio annunciato agli stipendi dei manager pubblici, il segretario Cgil ha detto che è necessario “ricostruire una forbice più ragionevole partendo dall'innalzare quelli più bassi. Noto che in questi anni si è progressivamente abbassato il valore delle retribuzioni dei lavoratori, e alzato quello delle retribuzioni degli alti manager e dei dirigenti. Un tetto ci vuole, non c'è dubbio”. Poi Camusso ha commentato così le dichiarazioni del leader degli industriali, Giorgio Squinzi: “Chi si considera classe dirigente di un Paese deve innanzitutto sostenere il Paese. Una cosa è esprimere critiche, un'altra minacciare di andarsene”. Squinzi. Ieri il presidente di Confindustria, in un colloquio con Roberto Maroni nel corso dell’evento “Dillo alla Lombardia”, aveva detto con una battuta che trasferire la Mapei (la sua azienda, ndr) fuori dall'Italia potrebbe essergli conveniente: “Stamattina ho ricevuto offerte per trasferire il nostro headquarter in Ticino, se mi fanno aspettare altri quattro, cinque anni per realizzarlo a Milano ci posso anche pensare”. E poi aveva parlato dell'azione del governo: “Mi aspetto che si facciano le cose. Non do un voto al premier perché in questo momento sarà ancora a casa a prepararsi a rispondere alle interrogazioni. Noi aspettiamo di sentire le sue risposte prima di dare un giudizio”. Ma, sul vertice italo-tedesco e l'incontro di Renzi con la Merkel, aveva aggiunto: “Ero seduto a fianco della cancelliera. Non è vero che ci ha accolto a baci e abbracci. Ci ha detto che non possiamo derogare alle regole”. Una stoccata che secondo le indiscrezioni avrebbe fatto infuriare il premier, motivata dalla decisione del governo di concentrare i tagli alle tasse soprattutto sull'Irpef, invece che sull'Irap. A Squinzi, da Cernobbio, ha risposto anche Raffaele Bonanni. Il segretario generale della Cisl ha sottolineato la necessità di abbandonare il “populismo”, per riprendere invece una “alleanza” tra lavoratori e imprese. “Dobbiamo stare qui - ha detto - e dissodare il terreno italiano, per quanto duro. Dobbiamo credere di avere la forza per farcela da soli. Basta con le lamentele e con lo scaricare i problemi addosso alla Germania e all'Europa”. Scontro a sinistra. Le misure del decreto Poletti, però, aprono anche una nuova frattura dentro il Partito democratico. L'ex viceministro dell'Economia Stefano Fassina, tra i più critici nei confronti di Renzi, ha dichiarato di non essere intenzionato a votare per la conversione del decreto nella sua formulazione attuale, auspicando che venga modificato in Parlamento. Fassina ha parlato di una regressione del mercato del lavoro, nei suoi effetti peggiore della soppressione dell'articolo 18. Filippo Taddei, responsabile economico nazionale del Pd, si è limitato a dire che per ora parlare di possibili modifiche al decreto è “prematuro”. Le altre misure e le reazioni delle parti sociali. Il decreto introduce anche una procedura informatizzata mediante la quale conseguire la cosiddetta "smaterializzazione" del DURC, riducendo in tal modo i tempi connessi alla richiesta e al rilascio del documento di regolarità contributiva. E introduce specificazioni alla disciplina dei contratti di solidarietà, definendo l'ammontare delle risorse finanziarie annualmente disponibili. Ma il piano di riforma è più ampio. Come detto, Renzi vuole chiedere specifiche deleghe per intervenire sugli ammortizzatori sociali, sul reddito minimo e la tutela delle donne in maternità; per introdurre la “Garanzia giovani” richiesta dall'Ue, con lo stanziamento di risorse utili ad assicurare ai ragazzi, nel periodo successivo alla fine degli studi fino a quattro mesi, un percorso di apprendistato, tirocinio o ulteriore specializzazione e formazione, secondo l'idea che nessuno deve stare senza far nulla. Ma l'intenzione, sugli ammortizzatori sociali in particolare, è anche quella di modificare la cassa integrazione: il piano è di introdurre contributi più bassi, alzandoli solo a chi ne fa uso, e di superare la cassa in deroga per andare verso l'assegno unico di disoccupazione e degli ammortizzatori per tutti (Naspi). Misure presentate da Renzi nella conferenza stampa del 12 marzo, che tanto ha fatto discutere per l'approccio comunivativo adottato dal premier in quella sede. Su questi annunci, nelle scorse settimane si è aperta una discussione critica tra sindacati e partiti politici, spesso relegata ai margini delle cronache, della quale i ricercatori di Adapt (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali) hanno elaborato questa sintesi grafica: Le posizioni delle parti sociali: (Elaborazione di Emmanuele Massagli e Francesco Seghezzi) Le posizioni dei partiti: (Elaborazione di Emmanuele Massagli e Francesco Seghezzi)
Lavoro, Poletti e il decreto della discordia. Scontro tra governo, sindacati e industriali
Pubblicato il primo provvedimento di riforma su contratti a termine acausali e apprendistato. Camusso: "Bene sull'Irpef, male sul lavoro". Le reazioni delle parti sociali punto per punto
