Economia

Il Pd e Renzi alla prova del programma F35

Amendola e Manciulli (Pd): indipendentemente dal numero di velivoli, uscire dal programma sarebbe un errore

«Ci sono tre grandi vantaggi per l’Italia da una partecipazione al programma F-35 Joint Strike Fighter: più lavoro per le aziende della Penisola impegnate nella produzione del velivolo; una riduzione del prezzo di vendita con l'aumentare della produzione; l'Italia è uno dei Paesi che ha creduto e investito maggiormente nel progetto, che darà un sicuro ritorno. Sarebbe un peccato abbandonarlo». Ad affermarlo è Stephen O'Bryan, responsabile mondiale del programma F-35. Il dirigente del gigante americano, in Italia per seguire da vicino l’evoluzione del programma, ha ricordato come siano state ben 27 le aziende italiane coinvolte. Tra queste Alenia Aermacchi, controllata di Finmeccanica, che nello stabilimento di Cameri si occuperà dell'assemblaggio dei 90 velivoli italiani, dei 37 velivoli di cui intende dotarsi l’Olanda, ma anche quelli di altri Paesi (alcuni analisti prevedono almeno 3500 unità) e che realizzerà pure i cassoni alari dell'aereo. Intanto, proprio ieri ha segnato un risultato positivo anche Vitrociset, società che con Lockheed Martin, nell’ambito del programma Jsf, ha sottoscritto un Memorandum of agreement relativo all’avvio della produzione di 54 Carts. Si tratta di due differenti tipologie di Ground Support Equipment: il Power Cart e l’Air Conditioning Cart, che forniranno, rispettivamente, elettricità e condizionamento al velivolo a terra anche in condizioni climatiche estreme. Sempre la società presieduta da Giorgio Zappa ha, inoltre, di recente firmato un ulteriore MoA relativo alla produzione di 14 Radio Frequency Cable Tester, sviluppati per testare, attraverso opportuni Set di Adapter, le linee di cablaggio dell’F-35. Un risultato accolto con soddisfazione dal dg di Vitrociset, Paolo Solferino, secondo cui «innovazione, qualità e tradizione, fanno di aziende come la nostra un partner di riferimento per la realizzazione dei grandi programmi internazionali a valore nazionale, su cui occorre investire con forza per il rilancio della competitività del Paese». Per parte sua, il ministero della Difesa sta formalizzando in questi giorni i primi impegni contrattuali per l'acquisto di altri due caccia. E anche il clima politico sembra volgere al sereno. Prova di un approccio europeo e transatlantico è l’intervento, pubblicato ieri dall’Unità, in cui Enzo Amendola (capogruppo Pd in Commissione esteri) e Andrea Manciulli (vice presidente Commissione esteri della Camera), hanno chiesto di accantonare i pregiudizi che hanno sinora contraddistinto il programma del velivolo americano a partecipazione italiana. Amendola e Manciulli hanno allertato dal «ridurre questioni complesse come la difesa e la sicurezza italiana ed europea al numero di F-35 da acquistare», aggiungendo che «indipendentemente dal numero di F-35, uscire dal programma sarebbe un errore». Parole che insieme al lavoro svolto al ministero della Difesa dalla senatrice renziana Roberta Pinotti lasciano presagire che il nuovo governo possa e voglia sposare la strategia del "decollo “verticale”.

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