Economia

Francesi, arabi, americani e coreani. La gara per conquistare il Belpaese

Da Poltrona Frau ai formaggi Invernizzi, pezzi di storia industriale italiana se ne vanno all'estero. Ultimi di una lunga lista di gioielli presi d'assalto dagli anni '90

Luca Cordero di Montezemolo fondatore e azionista del fondo Charme Investments lascia accomodare sulla gloriosa Poltrona Frau, nata 102 anni fa a Torino, gli americani del gruppo Haworth. Dopo l’Opa che gli statunitensi lanceranno alla Borsa Italiana per comprare le azioni dei soci più piccoli, il titolo uscirà dal listino. Mentre la proprietà del gruppo di arredamento e design sarà definitivamente fuori dall’Italia. Unica consolazione: il gruppo americano è guidato dall'italiano Franco Bianchi. Un po’ poco per la missione di Charme, nato per creare il polo del «bello» e dunque principalmente del made in Italy da esportare in tutto il mondo. La sostanza è esce dalla porta italiana un altro pezzo di storia industriale del Paese. Solo per la cronaca è da segnalare che sempre ieri altre tasselli dell’Italia di qualità, questa volta nel cibo, sono definitivamente da considerare persi. La francese Lactalis ha infatti deciso di serrare i battenti degli ex stabilimenti Invernizzi, mitico produttore dei formaggini di «Susanna tutta panna» e della Mucca Carolina», di Caravaggio (Bergamo) con 218 i lavoratori coinvolti e di Introbio (Lecco), con chiusura del reparto Gorgonzola e perdita di 8 posti di lavoro. Un addio a loghi e marchi ben sedimentati nei ricordi di molte generazioni di italiani. Chi compra comanda e decide. Ma la lista di gioielli del made in Italy che passano di mano comincia a essere troppo lunga. Da troppo tempo infatti l’Italia è terra di conquista degli stranieri. Nel settore della moda l’avanzata dei gruppi internazionali nasce nel 1990. Quando parte verso il Giappone un marchio icona come Fiorucci, dal 1967 azienda di abbigliamento, jeans e abiti per il tempo libero. A prenderselo è la Edwin International, leader dell’abbigliamento in Giappone. Unica consolazione, il fondatore Elio Fiorucci, continua a collaborare per il gruppo. Mentre gli uffici stile e comunicazione restano a Milano. Nel 1992, un altro gruppo del Sol Levante, la Itochu Corporation, rileva l’italiana Mila Schön piccolo atelier d’alta moda inaugurato nel 1958 a Milano. Nel 1999 l’assalto al made in Italy cambia bandiera. È la volta del tricolore francese. Il gruppo Kering al tempo PPR (Pinault-Printemps-Redoute)mette in portafoglio due pezzi pregiati: la Gucci fondata nel 1921 e specializzata in pelletteria e le calzature Sergio Rossi. Un anno dopo la stessa PPR si assicura la Bottega Veneta, pelletteria fondata nel 1967 e divenuta famosa nel mondo per la creazione di beni di lusso caratterizzati dalla tecnica dell’intreccio delle pelli. Nel 2011 sbarca a Parigi nelle stesse mani anche Brioni, sartoria di Roma e simbolo dell’eleganza maschile italiana. Nel 2013 il gruppo francese diventa l’azionista di maggioranza della Pomellato, gioielli di lusso. L’imprenditore Pinault non è il solo francese a scendere in Italia. Insieme a lui anche Bernard Arnault, a capo del gruppo Lvmh (Louis Vuitton Moet Hennessy) fa incetta di marchi di moda. Comincia nel 2000 con l’acquisto dell’azienda del Marchese Emilio Pucci di Barsento, stilista di abbigliamento femminile. L’anno successivo è la volta della maison Fendi, creata nel lontano 1925 da due artigiani pellettieri romani, e acquistata da una joint venture paritetica fra la Lvmh appunto e il gruppo Prada che preleva il 51% della maison. Alla fine il gruppo italiano lascia il 25,5% delle sue azioni ai francesi e Lvmh si ritrova azionista di maggioranza. Il colpo grosso arriva nel 2011 con l’acquisizione di Bulgari, storica azienda orafa di via Dei Condotti a Roma, con un’operazione che vale circa 4,3 miliardi di euro. Alla famiglia Bulgari, che per 125 anni ha gestito l’azienda, resta una quota del 3,5% di Lvmh più gli incarichi in azienda, mentre all’ex Ceo, Francesco Trapani, i francesi affidano la guida della divisione orologi e gioelli di Lvmh. Ultimo colpo arriva nel luglio del 2013 con il marchio del cachemire Loro Piana acquisito per due miliardi di euro. L’azienda familiare ha ceduto l’80% delle sue quote al gruppo francese, conserva il 20% e mantiene le funzioni alla guida dell’azienda. Negli anni duemila sono molti altri i gruppi stranieri si aggiudicano brand italiani. Nel 2005, la Iris abbigliamento, impegnata nei vestiti per bambino passa alla giapponese Onward Kashiyama. Nel 2007 è la Conbipel, abiti in pelle, a passare agli statunitensi dell’Oaktree Capital Management. Nello stesso anno la Sergio Tacchini, fondata dal campione di tennis, va ai i cinesi dell’Hembly International Holdings. È la prima volta della Cina. Non mancano i sudcoerani. Nel 2007 la Fila Korea produttore di articoli sportivi rileva la Fila italiana che ha fregiato la tuta del campione di sci, Alberto Tomba. Sempre in Corea del Sud la multinazionale E-Land si aggiudica i marchi di abbigliamento e di calzature Belfe e Lario 1898 (nel 2010), la pelletteria di Mandarina Duck (nel 2011) e Coccinelle (2012). Nel 2010 si muovono anche gli olandesi di Hal Holding che rilevano il 42,2% della Safilo, l’azienda di occhialeria fondata nel 1934. Due anni più tardi la Marcolin che costruisce montature per gli occhiali delle griffe passa al fondo di Pai Partners. Nel 2011 arrivano gli arabi. Il gruppo Gianfranco Ferrè passa al magnate degli Emirati Arabi Uniti, Abdulkader Sankari, che lo mette nel portafoglio della sua Paris Group International. Non solo. Nel 2012 la Miss Sixty-Energie passa ai cinesi di Crescent HydePark con sedi a Shangai e Singapore. La Lumberjack (scarpe) finisce in Turchia nelle mani del gruppo turco Zylan. A luglio 2012 passa nella proprietà del Mayhoola for investment, società del Qatar dello sceicco al Thani, la Valentino Fashion Group che comprende anche Missoni.

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