A ridosso del Natale, con un’assemblea straordinaria rigorosamente a porte chiuse, la Banca d’Italia ha modificato lo statuto che recepisce le modifiche di legge sulla rivalutazione del capitale, passaggio obbligato dell'iter che porterà a 7,5 miliardi il conto complessivo delle quote di via Nazionale. Soddisfatto il presidente della dell'Abi, Antonio Patuelli che parla di «superamento di un anacronismo, ovvero la banca centrale più solida d'Europa con un capitale sociale non aggiornato inferiore perfino a quello della disastrata Cipro». Il governatore Ignazio Visco ha sottolineato che «è stata riaffermata l’indipendenza dell’istituto di via Nazionale». L’aggiornamento del valore del capitale della banca, che la legge bancaria del 1936 aveva fissato in 300 milioni di lire, corrispondenti oggi a 156.000 euro, «era un importo divenuto irrisorio rispetto alle dimensioni del bilancio e delle riserve dell'Istituto». In sintesi, le disposizioni concernono: l'aumento di capitale a 7,5 miliardi di euro mediante utilizzo delle riserve statutarie; la limitazione dei diritti economici dei partecipanti alla distribuzione di dividendi annuali, a valere sugli utili netti, per un importo non superiore al 6 per cento del capitale; i soggetti legittimati a detenere quote del capitale della Banca; l'introduzione di un limite individuale al possesso di quote del capitale e la sterilizzazione dei diritti di governance ed economici per la parte di capitale detenuta in eccesso rispetto a questo limite; la facoltà per la Banca d'Italia di acquistare quote in via temporanea, al fine di favorire il rispetto del limite partecipativo. Critiche feroci sono arrivate dalle associazioni dei consumatori. Adusbef e Federconsumatori bocciano quello che hanno definito «un metodo carbonaro di procedere con l’assemblea a porte chiuse» e insinuano che questa sarebbe stata una strategia «per potersi spartire meglio il bottino di 7,5 miliardi di euro del Babbo Natale Letta». Elio Lannutti (Adusbef) e Rosario Trefiletti (Federconsumatori) sostengono che si sia trattato di «un colpo di mano che cancella il trasferimento delle quote di Bankitalia allo Stato ed altri enti pubblici, per fare ritornare Banca d'Italia in mano pubblica, come previsto negli ordinamenti di tutte le principali Banche Centrali Europee (Bundesbank, Banca di Spagna, d'Inghilterra e di Francia, ecc.) di proprietà dello Stato». Le due associazioni prendono di petto anche il ministro dell’Economia Saccomanni già direttore generale di Bankitalia che «dopo aver insediato una commissione di tre saggi, ha regalato alle banche socie, in particolare a Banca Intesa con il 30,3% delle quote ed Unicredit con il 22,1%, valori gonfiati della rivalutazione, che passerà da 156.000 euro a 7,5 miliardi di euro, con un tasso stratosferico semplice del 4.807,5%, in modo da impattare sui bilanci, con la speranza di poter superare gli stress test, aggirando così la normativa europea sugli aiuti di Stato». Lannutti e Trefiletti poi sottolineano che il provvedimento «è pericoloso perché potrebbe nascondere una ulteriore svendita di Stato alla cricca dei banchieri esteri».
Bankitalia ora vale di più. Rivalutato il capitale
Al via il nuovo statuto. Il conto delle quote sale a 7,5 miliardi
