Economia

Draghi: Parlamento Ue con troppi nemici dell’euro

Ieri l'intervista del numero uno della Bce al «Journal de Dimanche»

Anche il custode dell’euro, Mario Draghi da Francoforte, ha fiutato che sulla moneta unica e sull’Unione Europea tira una brutta aria. E che tra una visione «macro» dei problemi, ovvero il fatto che la valuta continentale è l’espressione di un blocco di 350 milioni di consumatori ricchi ed evoluti in un mondo nel quale un miliardo di cinese compra in yuan, e quella «micro» fatta di imprese del made in Italy che soffrono di competitività nel mondo per un cambio troppo elevato nei confronti del dollaro, i forcni qualche forcone e qualche protesta in mezzo non manca. Un dissenso strisciante che può creare un corto circuito istituzionale a livello europeo che Draghi ha già intuito. Già, per la prima volta da quando l’idea di Unione Europea ha trovato dignità intelletuale, tra gli scranni di Strasburgo potrebbero sedersi un 20 forse 25% di europarlamentari contrari all’Europa. Non si sa ancora se quella così strutturata o l’idea stessa di ente sovrazionale. Un timore segnalato ieri in un’intervista al francese «Journal de Dimanche» al quale ha detto «al momento mi aspetto una più forte presenza anti-europea all’Europarlamento», riferendosi al voto europeo del prossimo maggio. «Dobbiamo esserne consapevoli - ha aggiunto - e dare una risposta alla sfiducia che si è rafforzata nell’opinione pubblica riguardo al progetto europeo e alle sue istituzioni. Non c’è dubbio che i movimenti populisti stanno capitalizzando questo sentimento, ma c’e anche gente che è genuinamente delusa». «Dipenderà da noi - ha detto ancora Draghi - spiegare perché l’euro è stato e resta un segnale di progresso, la moneta del futuro. Dipenderà da noi dimostrare che l’integrazione europea è stata la strada migliore per salvaguardare la pace». «Tuttavia - ha concluso - dobbiamo anche dare alla nostra comunità dei nuovi scopi e spiegare che più Europa e una maggiore integrazione possono contribuire al progresso, alla ripresa economica e al benessere. Dobbiamo dare nuove speranze alla gente». Insomma il presidente della Banca Centrale, ha compreso che qualcuno potrebbe raccogliere i frutti amari dell’intransigenza del rigore tedesco. Che ha reso forte e competiva la Germania, fattore di traino per l’intera economia continentale, ma ha indebolito i paesi del Sud, Italia compresa. Prima con la richiesta di austerity che, nel bel mezzo della peggiore crisi economica dal dopoguerra, ha sfiancato, depresso e impoverito il ceto medio. Poi con il no a un oscillazione del tasso di cambio dell’euro più rispettoso dei diversi valori in campo. Oggi l’euro troppo forte rispetto al dollaro lascia fuori dal mercato internazionale molte delle merci prodotte in Italia perché troppo care se comparate a prodotti analoghi espressi in moneta statunitense. Certo l’idea della svalutazioni competive cioè del deprezzamento della moneta deciso dalle autorità monetarie, pratica che rende nel giro di una notte più cari i beni importati ma più economici quelli esportati, è una sirena che continua a incantare i decisori politici incapaci di portare a termine le riforme strutturali per incidere sulla competività di un Paese. Su questo l’economista Draghi ha spazzato il campo da scorciatoie. «L’argomento populista secondo il quale, lasciando l’euro un’economia nazionale beneficerà istantaneamente di una svalutazione competitiva, come avveniva ai bei vecchi tempi, è insostenibile. Se tutti tentano di svalutare la loro valuta, nessuno ne beneficierà. Inoltre, la strada verso la prosperità passa sempre per la via delle riforme e per la ricerca della produttività e dell’innovazione». Messaggio chiaro. Ma attenzione a sottovalutare la demagogia per contrastare la quale non bastano le lezioni di economia. Sul ceto medio dei paesi europei come Spagna, Francia, Grecia e Italia è stato scaricato il conto della crisi. Una fascia sociale consistente che ha sempre goduto di un relativo benessere sta soffrendo e vede più vicino il baratro della povertà relativa. Non quella cioè in cui mancano i generi alimentari ma quella, altrettanto avvilente, di sapere che la propria prole avrà minori opportunità di quanto da loro ottenuto. Difficile tenere a bada il malcontento che serpeggiai in questo segmento della società. Che oggi sente, a pelle ed emotivamente, che il suo impoverimento è legato al passaggio all’euro. Draghi con la sua intervista ha lanciato segnali a Berlino anche sul tema dell’Unione bancaria, passaggio che considera fondamentale per rafforzare la stabilità economica e finanziaria di Eurolandia. E sul quale la Germania continua a frenare. Il rischio di non portarla a compimento può essere un boomerang anche per l’economia teutonica. Meglio mollare o i forconi europei arriveranno sotto il Bundestag. E sarà difficile fermarli.

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