Economia

Cucchiani trova l’Intesa. Sulla pensione

La buonuscita di 3,6 milioni per lasciare la banca di Bazoli non è sufficiente Resta altri 6 mesi per versare i contributi. I sindacati: facciamo una colletta

In fondo con i soldi i banchieri italiani ci lavorano e ci guadagnano. Certo, se quando sono in sella alle principali banche si comportassero con la stessa cura con la quale guardano i loro affari, forse la crisi bancaria sarebbe solo una vacua affermazione. Non potrebbe essere altrimenti nel caso dell’uscita di Enrico Cucchiani da Intesa SanPaolo. Il manager, detto il tedesco per la sua lunga permanenza in Allianz, accompagnato alla porta da soci non in linea con la sua strategia aziendale, avrà preso sicuramente consigli da Alessandro Profumo, ex golden boy di Unicredit, che per uscire dal gruppo di Piazza Cordusio si fece accompagnare dai legali in sede di contrattazione della buonuscita uscendone con un copioso assegno di 40 milioni di euro. Cucchiani non potrà competere con lui, visto che per la partenza da Ca’ de Sass si è fatto siglare un foglio di via con allegata la pregevole somma di 3,6 milioni di euro. Ma non è comunque male per la conduzione durata solo 1 anno e 9 mesi, e nel corso della quale la banca di «sistema» non ha fatto felice nessuno. Né i grandi soci, tenuti a stecchetto quanto a dividendi, né i piccoli azionisti che non hanno visto grandi aumenti del corso delle azioni. Trattandosi di banca privata le scelte dei soci, ovvero dei proprietari non si discutono. Quello che resta opinabile è stata la richiesta di Cucchiani di uscire dalla plancia di comando senza lasciare la pianta organica della banca, fino al primo aprile del 2014, per maturare i requisiti necessari ad andare in pensione. Una notizia trapelata ieri da lanci di agenzia e che la banca su richiesta di Consob, con riferimento alla risoluzione del rapporto di lavoro, ha dovuto meglio precisare. Nella giornata di domenica 29 settembre 2013, ha ricordato la banca, Enrico Tommaso Cucchiani ha rassegnato le proprie dimissioni con decorrenza immediata dalla carica di componente il consiglio di gestione, consigliere delegato e ceo. Per effetto di tali dimissioni «cessa il riconoscimento dei relativi compensi». Il consiglio di gestione riunitosi nella serata del 29 settembre ha preso atto delle dimissioni dalla carica di consigliere e dalle funzioni ad essa collegate. Per quanto riguarda il rapporto di lavoro subordinato di Enrico Tommaso Cucchiani, il consiglio di gestione «ha deliberato di avvalersi della facoltà di recesso unilaterale dal rapporto medesimo con effetto dal 1° aprile 2014». In relazione a tale risoluzione «trovano applicazione le condizioni economiche delineate al momento dell'assunzione di Enrico Tommaso Cucchiani e rese pubbliche nelle Relazioni sulle Remunerazioni e sul Governo Societario pubblicate nel 2012 e nel 2013 che prevedono la corresponsione di 3,6 milioni». Fino a tale data, Enrico Tommaso Cucchiani «svolgerà le attività che gli saranno affidate dal ceo, al quale riferirà, e percepirà pro rata temporis la retribuzione prevista dal suo contratto di assunzione, con il correlato trattamento previdenziale di cui alla citata Relazione sulle Remunerazioni e il Governo Societario». Intesa Sp puntualizza, infine, che «non è stato previsto il riconoscimento delle componenti differite derivanti dall’applicazione del sistema incentivante. Non è stato previsto alcun patto di non concorrenza». Tutto questo, conclude la banca, «è stato deliberato dal consiglio di gestione in applicazione delle condizioni contrattuali ed economiche già previste per il rapporto dirigenziale dell'interessato». Ora è chiaro che la libera contrattazione va rispettata. Ma nel pantano nel quale è finita l’economia italiana, dove la metà dei pensionati non supera i mille euro netti al mese, gli esodati creati dal duo Monti-Fornero vagano nel limbo delle norme per capire se riusciranno a portare a casa un assegno, la pretesa di chi guadagna cifre non commisurate alla realtà, di restare al lavori senza poteri solo per percepire la pensione, stride non poco con l’etica. In fondo lasciato un incarico in modo non proprio elegante, i contributi Cucchiani li avrebbe potuti versare anche di tasca sua. Soprattutto perché il costo del suo sipendio resta in carica a una banca che, come tutte le altre, sta soffrendo la crisi del settore e ha disdettato, via Abi, il contratto collettivo per i lavoratori giudicato non più sostenibile economicamente. Ora si tratta di capire come faranno i responsabili bancari delle relazioni sindacali a confrontarsi con le organizzazioni dei lavoratori chiedendo loro sacrifici. La tensione è palpabile. «Si è superato ogni limite» in Italia e nel settore bancario ha detto Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi. Al quale non è mancata l’ironia. Amara. «Predicare bene e razzolare male fa perdere quel minimo di credibilità che il sistema bancario ancora pensa di avere. Cucchiani non si preoccupi: se Intesa non paga le sue sei mensilità provvederemo noi a organizzare una colletta tra lavoratori bancari» ha chiosato Sileoni.

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