Economia

Ecco l’elicottero che fa gola al Pentagono

Sfida Finmeccanica ha presentato Project Zero. Un team di ingegneri ha realizzato in segreto il velivolo elettrico, a decollo verticale, targato AgustaWestland: il convertiplano, l’«ibrido» del futuro

PARIGI Chiusi per 24 ore al giorno in un hangar a prova di sicurezza hanno messo a punto un elicottero di nuova generazione, elettrico e dalle linee innovative, in meno di dodici mesi. E senza che nessuno, nel mondo dell'industria mondiale concorrente, lo sapesse. È la storia del Project Zero, un convertiplano, ovvero un ibrido tra un elicottero e un velivolo a reazione, alimentato con batterie elettriche, dalle forme simili all'aereo di Batman, presentato ieri a Parigi per la prima volta al mondo dalla AgustaWestland, gruppo Finmeccanica, Una storia che ha un primo grande significato, non indifferente in un clima nel quale l'unica parola che emerge dalle analisi è: «declino industriale». Ebbene, quando si tratta di progettare, e soprattutto costruire il futuro, gli eredi di Leonardo Da Vinci non hanno rivali. L'equipe di ingegneri del Project Zero, sono rimasti silenti ma pienamente operativi nella messa a punto di un velivolo che è soprattutto un concentrato di soluzioni innovative. Innanzitutto nei materiali utilizzati: fibra di carbonio per tutta la struttura. Un fattore che lo rende leggerissimo. Poi le pale, due, e inserite nell'ala, nel gergo tecnico dette affogate, in strutture circolari che scompaiono in fase di decollo e si rialzano quando la navigazione diventa orizzontale. I rotori sono poi controllati individualmente e questo consente una manovrabilità molto più elevata degli elicotteri tradizionali. E ancora l'energia utilizzata: elettrico puro grazie a batterie ricaricabili la cui autonomia è top secret. A spanne circa 15 minuti. Ma non è quello il problema. Ha volato ed essendo un prototipo la cosa importante è solo quella. Per lo sviluppo di una maggiore autonomia c'è tempo. E anche se restasse così tra la sue caratteristiche già oggi è prevista la possibilità, a terra, di alzare i rotori, metterli in verticale e di utilzzarli come generatori eolici per ricaricare le batterie. A trazione elettrica è anche il carrello per spostarsi a terra in maniera meno inquinante e rumorosa, e dunque all'insegna della sostenibilità. Il Project zero, che tanto assomiglia ai modelli dell'immaginario collettivo mutuati dalle saghe dei supereroi stile Batman, non volerà mai così come ieri lo hanno visto spettatori e operatori specializzati. Per ora il convertiplano, alla cui linea ha partecipato anche lo studio Bertone, resta un dimostratore, un concentrato di tecnologie avanzate, che nel corso dei prossimi anni saranno inserite gradualmente nei modelli comercializzati. Ma c'è un punto sul quale la storia del Project zero ha molto da insegnare. E cioè che la creatività e l'ingegno italiano insieme agli investimenti possono ancora scrivere pagine importanti per l'industria del made in Italy. Project zero è nato, infatti, come un cosiddetto Skunk Works, termine anglosassone che significa «lavoro puzzolente». Spesso, per questo, il logo che contraddistingue dossier del genere è proprio una puzzola. Ebbene in questo caso al team di tecnici inventori, a maggioranza italiano, ma guidato dall'ingegner sino americano James Wang è stato imposto il silenzio più assoluto sull'obiettivo, concesso un finanziamento dedicato e un tempo limite per concepire e realizzare il prototipo di una cosa che fino a quel momento non esisteva. Messa così era ammesso tutto. Così nella sua creazione sono stati utilizzati anche materiali riciclati. pezzi di altri aerei, e finanche componenti scovati nei negozi di elettronica dei dintorni di Cascina Costa, in provincia di Varese, dove il team era all'opera. Un'improvvisazione creativa che si è stata massima nella fase iniziale. Raggiunto un determinato stadio del processo produttivo sono state, infatti, interessate anche le aziende abitualmente fornitrici di AgustaWestland. Anche loro coinvolte, nello studio di soluzioni nuove e che si adattassero alle richieste degli ingegneri. Le imprese, anche queste in gran parte italiane, vincolate a un severo patto di riservatezza, si sono messe al lavoro, innovando anche loro ad esempio nella riduzione delle dimensioni di pezzi fondamentali per adattarle alle caratteristiche del nuovo velivolo. Una corsa contro il tempo al punto che il team per rispettare la consegna ha cominciato a vivere, mangiare e dormire nell'hangar, saltando riposi e feste. Un sacrificio ripagato quando è arrivato il battesimo dell'aria. Avvenuto di notte, con il convertiplano spinto a mano dai tecnici, usciti dopo essersi assicurati che nel raggio di qualche chilometro non ci fossero occhi indiscreti. Il Project one, guidato con una console simile a quella dei videogame da Wang, ma sapientemente ancorato a un cavo per evitare fughe incontrollate, volava. Obiettivo raggiunto. L'annuncio del successo ha lasciato non poco perplessi gli altri produttori mondiali, increduli sul fatto che un oggetto del genere potesse volare. Così sono improvvisamente aumentate le richieste dei competitor che chiedevano delucidazioni, dettagli tecnici e informazioni. Persino il Pentagono Usa, che in fatto di tecnologia militare svolge un ruolo di innovatore, si è fatto avanti. E all'iniziale incredulità ha sostituito una curiosità pressante. Da qualche giorno il Project Zero, visto finora solo in un'unica fotografia francobollo pubblicata su internet, è in bella mostra nello stand di Finmeccanica al Salone dell'Aeronautica di Le Bourget. Forse avrebbe potuto essere la star dell'evento parigino. Non è stato così. Politiche di marketing più discrete lo hanno deliberatamente messo in ombra. Ma resta il modello rappresentato dall'operazione. L'intelligenza e la duttilità degli ingegneri e dei progettisti italiani è ancora irraggiungibile. Se anche la politica lo capisse forse il declino resterebbe solo una parola e non una prospettiva.

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