Quando la Fiat reagisce alle indiscrezioni sui 5.000 posti di lavoro da tagliare in Italia entro il 2014 sostenendo che si tratta di cose già chiarite nel summit con governo e sindacati del 22 dicembre, dice una verità solo parziale. Per due motivi. Dai verbali dell'incontro non risultano le eccedenze di Mirafiori e Pomigliano. Ci sono invece le famose 1.500 tute blu di Termini Imerese, oltre a 500 «esuberi consensuali» a Cassino. Secondo e più importante motivo: tra allora ed ora c'è stata al Lingotto una svolta importante, la conferma di Sergio Marchionne e quindi della strategia dell'amministratore delegato. Che mira in tempi brevi allo spin-off dell'auto e ad un destino sempre più globalizzato e lontano dall'Italia. L'auto Fiat – che si chiami Fiat Automotive o in qualche altro modo – verrà probabilmente quotata a parte, forse a New York o Londra, mentre piattaforme e motori saranno fabbricati in tutto il mondo, secondo i criteri della migliore produttività. È evidente che l'impatto di questi ulteriori tagli non è soft, tanto più alla vigilia delle elezioni. Ma chiunque abbia un po' di senso della realtà e lungimiranza dovrebbe porsi altre domande. Può il governo continuare ad inseguire la Fiat e Marchionne sulla difesa dell'ultimo posto di lavoro, a dispetto di tutto e di tutti? Termini Imerese, dal destino segnato almeno con la Fiat, ha occupato anni di trattative e risorse pubbliche. Moltiplichiamolo per tre o quattro ordini di grandezza ed avremo il prevedibile e forse inutile braccio di ferro su Mirafiori e Pomigliano. Tutto questo mentre nel 2009 sono stati destinati ad ammortizzatori sociali 32 miliardi di euro, uno sforzo non ripetibile nei prossimi anni. E mentre i contribuenti tedeschi hanno sonoramente bocciato i denari dati alla Opel da Angela Merkel. La verità è che il sistema economico italiano, e quindi la politica industriale, sta mutando ed evolverà sempre più proprio mentre la Fiat guarda altrove. In questi giorni è in pieno svolgimento la partita per le Generali, dove è certo in ballo una questione di poltrone, ma anche di strategia complessiva. Le Generali valgono tre volte la Fiat. Hanno realizzato nel 2009 utili per 1,3 miliardi (la Fiat una perdita di 0,8). Investono in totale 341 miliardi, con un ritorno annuo di 1,6. Hanno 60 mila dipendenti sparsi per il mondo, e 15 mila in Italia. Sono una public company, pur con un nocciolo strategico di controllo: non c'è alle loro spalle una famiglia Agnelli. Certamente non si può paragonare una compagnia assicurativa-finanziaria ad un'azienda industriale, ed infatti i dipendenti italiani sono (per ora) metà di quelli Fiat. Ma che cosa è più strategico per l'Italia? Che cosa fa girare di più la nostra economia? Le Generali non fanno solo polizze, che è comunque un business con più prospettive dell'auto. Hanno partecipazioni significative nelle principali imprese del Paese, ed ancora più aspirano ad averne. Un fattore stabilizzante; ma, si dirà, anche un rischio. Se lo è, si tratta di un rischio ponderato visto che nella bufera che ha investito la finanza mondiale proprio le Generali non hanno chiesto un euro allo Stato. Per domani è convocata la prima riunione del comitato nomine di Mediobanca, azionista di Generali, per iniziare a discutere la successione ad Antoine Barnheim, l'85enne presidente francese. Sono note le aspirazioni da parte di Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, che pochi giorni fa ha ricevuto una buona doppia notizia: il proscioglimento da ogni accusa nel processo Eurolat (la vendita alla Parmalat della Cirio di Sergio Cragnotti: vicenda di 11 anni fa), e la conferma dal ministro Sergio Scajola che il codice etico per gli amministratori di gruppi assicurativi non contiene alcun ostacolo al suo passaggio alla guida del Leone di Trieste. Né a questo punto sembra molto producente il lobbying anti-Geronzi del Financial Times, che attraverso il solito Paul Betts (molto vicino a Bernheim) punta stavolta l'indice sui «legami con l'establishment politico romano». Quasi fosse un handicap, anzi un reato. Se l'operazione andrà in porto, Geronzi potrebbe essere sostituito alla presidenza di Mediobanca da Roberto Pagliaro, attuale direttore generale. Un'operazione, dunque, per vie interne. Ed anche se molti si ostinano ad enfatizzarne gli aspetti di potere, sarebbe più logico guardare (magari anche da parte del Ft) alle ricadute sul sistema Italia. Così come sarebbe logico tenere d'occhio gli altri «campioni nazionali»: Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, prima di tutto. Non è che il fatto che si tratti di aziende pubbliche le rende indegne, magari al cospetto di una Fiat o di una Telecom. Anzi. La concorrenza esiste anche per loro, ed i risultati sono in genere migliori, occupazione compresa. Sui campioni nazionali, e sull'interazione fra politica ed industria, i francesi hanno costruito un modello di successo. Questo Bernheim e Betts dovrebbero saperlo: non si può essere sacerdoti del mercato duro e puro a Roma, e uomini di mondo a Parigi. Complementari rispetto a questi campioni sono i «campioncini», non meno meritevoli e strategici per il nostro futuro. Quelle medie e piccole imprese delle quali abbiamo parlato pochi giorni fa, e che secondo l'ultimo rapporto Mediobanca-Bocconi hanno resistito alla crisi molto meglio delle sorelle maggiori. Aumentando nel 60 per cento dei casi gli investimenti e – ultimi dati di ieri sulla meccanica - incrementando significativamente l'export nei primi due mesi 2010. Conclusione: diamo alla Fiat l'attenzione che merita, ma diamone ancora di più a quel made in Italy, grande o piccolo, industriale o finanziario, a questo punto molto più strategico per il Paese.
Non c'è solo Fiat lux

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