La strada per arrivare a una riforma condivisa da tutti, però, è stata tortuosa e ancora oggi, dopo due anni di trattativa, non si riescono a rimuovere alcuni ostacoli. D'altronde la partita sul tfr vale circa 13 miliardi l'anno e i soggetti interessati fanno a gara per aggiudicarsi la fetta più grande possibile. La scelta tra i fondi. La riforma prevede che dal primo gennaio i lavoratori avranno sei mesi per decidere se lasciare il proprio tfr in azienda oppure versarlo nei fondi pensione. Una rivoluzione dettata dalla necessità di integrare il futuro trattamento pensionistico che, secondo tutte le stime, nei prossimi anni si ridurrà progressivamente. In caso di silenzio - assenso il tfr va ai fondi pensione chiusi, salvo diversi accordi aziendali. Proprio questa corsia preferenziale ha scatenato le reazioni delle imprese assicuratrici che chiedono parità di trattamento tra fondi chiusi, aperti e polizze individuali. Credito agevolato. Le imprese orfane del tfr saranno private di un'importante fonte di autofinanziamento. Per questo motivo il ministro del Welfare, Roberto Maroni ha siglato con l'Abi (Associazione bancaria italiana) un protocollo d'intesa che fissa i requisiti minimi per l'accesso al credito agevolato delle aziende. Il tasso a cui viene concesso il credito è quello dell'Euribor a sei mesi più il 2% (ai valori attuali il tasso sarebbe circa del 4%) È prevista poi una una moratoria di tre anni per le imprese che non hanno i requisiti fissati dal protocollo. Questa ipotesi ha messo in allarme i sindacati che temono una previdenza complementare a due velocità per i lavoratori, che rischiano di essere discriminati in base alle condizioni economico-finanziarie dell'azienda in cui lavorano.
Una opportunità per i più giovani
La previdenza integrativa permetterà di arricchire le pensioni
Argomenti