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Quel «venticello» che soffia sulle ali del web

di Massimiliano Lenzi C’era una volta la denuncia di reato. C'era perché oggi, nell'era dei social media, Facebook e Twitter pare abbiano cambiato tutto. La vicenda di Anna Laura Millacci, compagna...

C’era una volta la denuncia di reato. C'era perché oggi, nell'era dei social media, Facebook e Twitter pare abbiano cambiato tutto. La vicenda di Anna Laura Millacci, compagna del cantante Massimo Di Cataldo, che scrive su Facebook di essere stata picchiata da lui e pubblica delle foto dove mostra le ferite, apre uno scenario sul ruolo dei social e ci costringe ad una riflessione su come questi media stiano rivoluzionando la nostra quotidianità. Lasciamo dunque alla polizia l'accertamento dei fatti denunciati da Anna Laura (e negati da Di Cataldo) ed occupiamoci della mutazione che hanno prodotto nella nostra società i cosiddetti social. Cosa ci spinge a scrivere la nostra giornata nel dettaglio, via post, allegando foto, commenti, cliccando mi piace oppure no, distillando una nostra realtà, istante dopo istante, attaccati al tablet ed alla rete prima che ai luoghi dove viviamo? C'è in questa dimensione di vita, non vi è dubbio, una componente di gioco ma quando l'oggetto dello scrivere riguarda un presunto reato, violento, allora il senso del social media cambia. Noi siamo tra quelli convinti che un reato subito vada denunciato alla polizia e non scritto su Facebook. Forse ci sbagliamo visto che molte donne, dopo il post di Anna Laura, hanno auspicato che tutte le vittime di violenza scrivano su Facebook ciò che hanno subito. Perché finisca una volta per tutte lo schifo e la vigliaccheria delle violenze sulle donne. La gogna pubblica del reo (una volta accertato che sia tale, e può farlo solo la polizia con le sue indagini ed un giudice con un processo) potrà apparire consolatoria ma nell'era mediale secondo noi ha il sapore tragico della regressione. Le società democratiche ed occidentali, basate sulla tripartizione dei poteri (legislativo, giudiziario ed esecutivo) hanno nei luoghi deputati ad esercitarli questi poteri la migliore garanzia delle loro libertà. Dei loro diritti e delle punizioni dei colpevoli, senza arbitrii o abusi. I media non possono in nessun modo (e non devono farlo) sostituirsi ai giudici, alla polizia. Che dire poi dei singoli individui che davanti alla gravità di un fatto, seppur non ancora accertato, sono portati ad indignarsi, a postare commenti duri senza aspettare nessuna condanna. Se trent'anni fa, al cinema, il giustiziere della notte aveva il volto di Charles Bronson, oggi pare assumere le sembianze di ognuno di noi perché scrivere sui social equivale a far sapere al mondo cosa ci piace e cosa no di Tizio o di Caio. C'è chi si lascia via Facebook, chi si prende rivincite sul lavoro, chi fa dispetti. C'è chi si tiene in contatto, chi si scambia notizie. E chi denuncia violenze. Forse è il caso di ragionare seriamente sul ruolo dei social media e sulla loro mutazione. Consapevolmente, senza pregiudizi. Di certo a leggere cosa c'è scritto nella homepage di Facebook, - "Facebook ti aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita" - qualcosa rispetto all'uso primordiale pensato dai suoi ideatori, è cambiato. Far finta di nulla non sarebbe saggio. "Facebook's mission is to give people the power to share and make the world more open and connected", è scritto ancora sul social media. Dare alla gente il potere di condividere e creare un mondo più aperto e in comunicazione. Una frase da sottoscrivere appieno, chi sarebbe contrario? Nessuno e il "mi piace" è dunque obbligato. Anche se esige un'avvertenza; il mondo senza Facebook, Twitter etc., non era più ingiusto di quello di oggi; aveva i suoi difetti ed i suoi pregi, le sue grandezze ed i suoi limiti. Come i social media che sono adatti per scrivere ma non per fare giustizia. E visto che siamo laici - senza verità rivelate in tasca - la discussione è aperta.

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