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«Sei suoni di sirena e fuggimmo tutti in cantina»

«Il 19 luglio del 1943, verso le dieci, dieci e mezza del mattino, la sirena suonò sei volte. Era il segnale: dovevamo correre tutti, così come eravamo, nelle zone sotterranee del palazzo, dove,...

«Il 19 luglio del 1943, verso le dieci, dieci e mezza del mattino, la sirena suonò sei volte. Era il segnale: dovevamo correre tutti, così come eravamo, nelle zone sotterranee del palazzo, dove, allora, c’erano le fontane per lavare i panni. C’era chi arrivava in vestaglia, chi in pigiama...». La signora Anna, in quei giorni, aveva quindici anni e viveva nella zona di piazza Bologna, davanti alla scuola «Fratelli Bandiera», che allora si chiamava «Enrico Corradini». «Nella scuola - aggiunge Anna - c’era l’ospedale tedesco e, poco distante, passava la ferrovia». «Eravamo pronti all’emergenza - continua la signora, ex maestra e oggi nonna di cinque nipoti - c’erano i militari dell’Unpa», acronimo di Unione Nazionale Protezione Antiaerea, «avevano la divisa e un caschetto tipo coloniale. Controllavano che tutte le finestre fossero dipinte di blu, perché la notte non doveva filtrare la luce, e spiegavano quello che si doveva fare in caso di attacco aereo. E quel 19 luglio l’attacco arrivò. Fu lungo, un bombardamento a tappeto. Rimanemmo rinchiusi per ore, fino a dopo l’ora di pranzo. Poi la sirena squillò tre volte, per avvertirci che gli aerei erano andati via e che si potevano lasciare i rifugi. Le persone uscirono in strada. Dal vicino quartiere San Lorenzo si alzavano enormi nuvole di fumo nero. Dallo scalo ferroviario, pieno di vagoni merci in fiamme, si continuarono a sentire esplosioni per tutto il giorno. Allora - conclude la signora Anna - iniziò il problema degli sfollati, gente rimasta senza casa che, con quel poco che aveva caricato su un carretto, andava in cerca di un posto dove ripararsi».

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