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Scalfari vs. Fo col narcisismo della decadenza

di Massimiliano Lenzi Un fondatore di giornale contro un Nobel per la letteratura, Eugenio Scalfari in tenzone con Dario Fo una domenica di metà giugno, caldo e ormai attaccato alla gonnella dell’es...

U n fondatore di giornale contro un Nobel per la letteratura, Eugenio Scalfari in tenzone con Dario Fo una domenica di metà giugno, caldo e ormai attaccato alla gonnella dell’estate: in gioco cadenze e stili differenti, tra orgoglio & pregiudizio ma soprattutto una disfida di personalità prima ancora che di politica. Galeotto fu il Fo parlante su Beppe Grillo, con simpatia, ospite di Lilli Gruber su La7, venerdì scorso: «Ho visto a Otto e mezzo Dario Fo - ha scritto ieri l’ex direttore di Repubblica, in un post scriptum alla consueta lenzuolata editoriale domenicale - che parlava di Grillo. Con tutto il rispetto: ma è mai possibile? Un attore con una degna storia di teatro alle spalle e anche di pensiero. Ah, Narciso...». Comincia qui la domanda amletica che con Shakespeare c’entra poco e semmai s’avvicina a Biancaneve e alla strega: specchio specchio delle mie brame, chi è il più Narciso del Reame? Vicini in anni passati sulla frontiera comune dell’antiberlusconismo, seppur in maniere differenti, Scalfari e Fo si ritrovano oggi su campi opposti, come se Grillo e il suo movimento avessero eretto un Muro di Berlino nella sinistra nazionale (prima ancora che tra gli schieramenti politici) nei suoi intellettuali, nelle sue élite, le stesse da molti, troppi anni. L’innamoramento dei 5 Stelle per Rodotà è durato lo spazio di un mattino e, anche questo, forse, rende assai evidente oggi la frattura che il ps domenicale di Scalfari ieri metteva nero su bianco: le élite tradizionali, l’establishment, sia esso giornalistico, giuridico, economico, culturale, mal tollera un comico che parla a parolacce e manda vaffa a destra ed a manca, linguisticamente crudo e inospitale. Scalfari, in questo duello, sta dalla parte dell’élite perché è egli stesso élite. Fo, no, da sempre alla ricerca di un gesto anarchico, un gramelot da gridare in faccia al sistema, intravede nella vitalità liberata di Grillo una speranza ché sempre «allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al Re» - cantava una volta. Per narcisismo? Questa la convinzione di Scalfari, sulle posizioni espresse da Fo in merito alla politica del comico genovese ed al momento attuale assai critico. Siamo alla rappresentazione del grottesco, nel senso che in questo tiro alla fune tra narcisismi, per restare al termine impiegato dal Fondatore - emerge chiara l’eterna riflessione allo specchio delle élite italiane, sempre prese a guardarsi dentro e tra di loro e difficilmente contaminate dal confronto con il resto del mondo. In un’Italia dove il giornalismo è in crisi, i quotidiani vendono sempre meno e dove il teatro pare rimasto senza interpreti e con pochi soldi, appeso più al passato che al proprio futuro, nella disfida tra Scalfari e Fo c’è la fotografia della decadenza di un Paese. Arretriamo ma con narcisismo e pare un destino nazionale. In fondo, un modo come un altro per restare al centro della scena: «Ma la vecchiezza - scriveva Pasternak - è una Roma senza burle e senza ciance che non prove esige dall’attore. Ma la sua completa, autentica rovina».

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