Le battute tra Manuela Arcuri e Pupetta Maresca hanno un non so che di tetro. La prima il thriller lo interpreta, la seconda in realtà lo ha fatto. La prima dice (in pubblico) che le gambe le tremavano nella scena dell’omicidio, quando Pupetta impugna la pistola e fa fuoco. La seconda, in tutta risposta, le risponde «guarda Manuela che io, quella scena, l’ho vissuta veramente». Fatto sta che Pupetta Maresca è stata in carcere quasi 14 anni. Per dirla come l’ha raccontata lei, «gli anni all’inizio erano 28, poi sono stati ridotti a 18, infine quelli effettivi sono diventati 14». In effetti, il suo passato («ho avuto dei genitori drastici», dice lei), è stato intorbidito dalle sbarre, dalla camorra e da altre storiacce. Del padre dei suoi figli non vuole parlare ma, dietro il «no comment», c’è il matrimonio con il boss Pascalone. Stretta in una blusa fucsia, dietro le lenti spesse degli occhiali da sole si scioglie in lacrime. Pupetta Maresca, cosa ricorda di quei momenti? «Non mi sarei mai andata a vendicare. Ma ero sposata da pochi giorni. Ogni volta lo andavo a denunciare. Poi un giorno l’ho incontrato, ha iniziato a sparare e ho sparato anche io. Ma non era pianificato. Veniva verso la mia auto. Ho perso i momenti più belli della mia vita». Cosa ne pensa della fiction? «Ho pianto quando ho letto la sceneggiatura, quando ho dovuto lasciare mio figlio che aveva tre anni. Io lo cerco ancora mio figlio, l’ho perso a 18 anni». Come funzionò la domanda di grazia del 1965? Chi la chiese? «Non la chiesi io, la chiese mia madre, tramite un avvocato e al Capo dello Stato. E dopo tanti mesi, dopo circa un anno, venne accettata». Quale è il ricordo più brutto di tutta la sua vita. «Quando non ho più trovato mio figlio, praticamente è quello». Cosa le ha dato la speranza mentre era in carcere? «Che passavano gli anni, malgrado tutto, e che avrei visto di nuovo la luce del sole. E poi la rassegnazione, perché quando all’inizio non puoi accettare di restare quattro ore chiusa, dopo aver vissuto con i propri genitori. Poi c’è l’aiuto di Gesù, di Dio, che ti dà la rassegnazione. E si prende tutto con più filosofia». Se potesse tornare indietro, cosa è che non farebbe. «Quello che ho fatto... Quello che ho fatto, perché non c’è stata una giustizia per me. Ecco perché non lo rifarei perché, se mi avessero fatto giustizia, io non mi sarei trovata in carcere. Ogni volta andavo in Questura a denunciare, tutto quello che volevo era crescere mio figlio. E quando andavo avevo le idee chiare, mi dicevano chi aveva fatto uccidere mio marito. Poi un giorno l’ho incontrato, ha iniziato a sparare e ho sparato anche io. Ma non era pianificato». Lei adesso cosa fa? In cosa è impegnata? «Be’... Vorrei scrivere un romanzo». Lo vorrebbe scrivere in prima persona? «Vorrei scriverlo, sì, ma vorrei un aiuto da chi se ne intende. Vorrei fare un libro per essere capita. Per raccontare cosa si fa in carcere. Cosa significhi essere privati di tutto. Una persona non pensa che fuori ci sia un’altra vita, che ci siano un padre e una madre, si dovrebbe pensare. E poi fare giustizia».
«Le mie prigioni tra pianti e giorni interminabili»
La Maresca si racconta, una storia di Camorra e sangue sullo sfondo dell’Italietta anni ’50
