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Il mondo della musica piange Jannacci

Aperta stamattina la camera ardente nella clinica Columbus di Milano. Tantissime persone in fila nonostante la pioggia. I funerali probabilmente dopo le festività pasquali

È scomparso ieri sera (circondato dai suoi familiari nella clinica Columbus di Milano), a 77 anni, Vincenzo Jannacci, conosciuto come Enzo, cantautore, cabarettista e attore, tra i più grandi artisti della scena musicale nazionale del dopoguerra. E anche noto cardiologo. Caposcuola del cabaret italiano, nel corso della sua cinquantennale carriera ha collaborato con i più celebri protagonisti della musica, dello spettacolo, del giornalismo, della televisione e della comicità italiana, affermandosi come artista eclettico e modello per le giovani generazioni di comici e di cantautori. «C’era una volta il Derby, la culla del cabaret. Era il mondo di Enzo Jannacci, una personalità vera, spontanea, originale, estrosa duttile. Amicizie di grande livello artistico e intellettuale le sue: Giorgio Gaber e Dario Fo. Ma la sua avventura si è spesso intrecciata a grandi Milanisti come lui: Beppe Viola, Renato Pozzetto, Teo Teocoli»: questo si legge sul portale della società rossonera in ricordo del grande tifoso Enzo Jannacci, scomparso in serata all’età di 77 anni. «E allora sarà bello quando vince il Milan! Quante volte i Milanisti hanno fatto il coro al grande Enzo sul ritornello di questa celeberrima canzone - prosegue la nota - Cantautore e cabarettista, attore e cardiologo, Enzo, figlio del Liceo classico Manzoni di Milano, lascia a tutti noi e all’unico figlio Paolo una grande, grandissima, eredità». La morte di Enzo Jannacci, avvenuta ieri sera ha colpito subito l’ambiente del Milan, del quale il cantautore era grande tifoso: «Tutto il Milan e tutti i Rossoneri apprendono commossi la notizia e si stringono con affetto e sgomento alla famiglia», si legge sul sito della società. Enzo Jannacci aveva 77 anni ed era da tempo malato di cancro. Dopo gli inizi della carriera negli anni Cinquanta, Jannacci, già apprezzato jazzista, ha suonato con le più note star internazionali, tra cui Chet Baker. In seguito alle sue prime incisioni dei 45 giri con il leggendario Giorgio Gaber, ha debuttato da solista con canzoni dai titoli emblematici, come «L’ombrello di mio fratello» e «Il cane con i capelli». Ma a farlo conoscere al grande pubblico, nel 1968, è senza dubbio «Vengo anch’io. No, tu no», canzone conosciuta anche dai giovanissimi. Autore di quasi trenta album, alcuni dei quali rappresentano importanti capitoli della discografia italiana, e di varie colonne sonore, Enzo Jannacci, dopo un periodo di ombra nella seconda metà degli anni Novanta, è tornato a far parlare di sé ottenendo vari premi alla carriera e riconoscimenti per i suoi ultimi lavori discografici. È ricordato come uno dei pionieri del rock and roll italiano, insieme con Adriano Celentano, Luigi Tenco, Little Tony e Giorgio Gaber, con il quale formò un sodalizio durato più di quarant’anni. La carriera di musicista inizia negli anni cinquanta. Dopo il diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra ed otto anni di pianoforte presso il Conservatorio di Milano con il maestro Gian Luigi Centemeri, inizia - all’età di vent’anni - a frequentare gli ambienti del cabaret, mettendo subito in mostra le proprie doti di intrattenitore e presentatore. Nel frattempo, si avvicina al jazz e comincia a suonare in alcuni locali milanesi, ma contemporaneamente scopre anche il rock and roll, genere nuovo che stava ottenendo grande successo in America con artisti del calibro di Chuck Berry e Elvis Presley. Nel 1956 diventa tastierista dei Rocky Mountains, alla cui voce c’è Tony Dallara e che si esibiscono ripetutamente alla Taverna Mexico, all’Aretusa ed al club Santa Tecla, ottenendo grande successo; tuttavia, alla fine di quell’anno, Jannacci lascia il gruppo e, grazie all’amico Pino Sacchetti, conosce Adriano Celentano, che gli propone di entrare come tastierista nel suo complesso, i Rock Boys, con cui si esibisce nei locali sopracitati ed in particolare al Santa Tecla. Il 17 maggio 1957 la band suona al primo Festival italiano di rock and roll, che si tiene nel Palazzo del Ghiaccio e che costituisce una svolta all’interno del panorama musicale nostrano; il gruppo suona la canzone «Ciao ti dirò», che si rivela un successo e permette a Celentano di acquisire vasta fama ma, soprattutto, gli fa ottenere un contratto con la casa discografica Music. Alla fine del 1958 Jannacci, (pur continuando a suonare con i Rock Boys), forma un duo con Gaber, noto con il nome di «I Due Corsari», che debutta nel 1959 con alcuni 45 giri incisi per la Dischi Ricordi; la fortunata esperienza prosegue anche nell’anno successivo con altri due 45 giri e con due flexy-disc, intitolati «Come facette mammeta» (un classico della canzone umoristica napoletana) e «Non occupatemi il telefono», usciti in abbinamento alla rivista «Il musichiere». In quel periodo l’ambiente musicale milanese si infervora grazie a cantanti rock come Clem Sacco, Guidone, Ricky Gianco ed Adriano Celentano (partecipa come pianista ad alcune sue incisioni per la Jolly), ma questo cambiamento nella musica popolare italiana si registra anche in altri centri come, per esempio, Genova dove s’impongono Umberto Bindi, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Gino Paoli, vicini alla Dischi Ricordi: con questi ultimi Jannacci collabora in vari progetti. Di recente è stato anche attore nel film «La bellezza del somaro» (2010) diretto da Sergio Castellitto, interpretato dallo stesso Castellitto assieme a Laura Morante, Marco Giallini, Barbora Bobulova e Lola Ponce. Il film racconta l’incontro di due genitori con il maturo fidanzato della figlia adolescente. La sconvolgente rivelazione non è altro che il pretesto per un incontro-scontro generazionale, in cui rancori e dissapori vengono lentamente a galla in chiave ironica. A ridare un po’ di luce ai personaggi decadenti dell’attuale società c’è l’Armando "bianco", ovvero il saggio Enzo Jannacci, che come il protagonista omonimo intonato nella sua celebre canzone «cade giù dal cielo a miracol mostrare», è l’ultimo reduce fiero, testimone impietoso della folta comitiva che lo circonda, annoiata, narcisista e memore soltanto dei propri egoistici successi passati.

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