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La divina Zakharova convince con Giselle

Doveva essere sulla carta quasi una semplice passeggiata per il Teatro dell’Opera, ovvero, viste le premesse, una Giselle da manuale e difatti il pubblico l’ha accolta alla fine con quasi trionfali applausi. C’era del resto sul palco nientemeno che la «divina» Svetlana Zakharova, ovvero quanto c’è di meglio oggi nel mondo in fatto di balletto classico, da una decina d’anni ormai beniamina del pubblico romano che ha imparato ad amarla in Bella addormentata, Lago dei cigni e l’estate scorsa proprio in Giselle a Caracalla. Una di quelle rare étoiles che fortunatamente ancora oggi riescono a commuovere e toccare nel profondo grazie a rare capacità interpretative e superba tecnica (port de bras elegante, «punte» d’acciaio, tours squillanti). Ma Giselle è un balletto da non sottovalutare ed un ruolo dalle molte e sfaccettate corde. Trascolora infatti dalla giovanile gioia di vivere, dall’ amore innato per la danza che serpeggia nelle vene e dall’irre- frenabile amore adolescenziale dell’atto campestre all’algido clima ultraterreno, lunare, del magico ballet blanc dell’atto silvestre e sepolcrale: più interpretazione (certo non solo) nel primo, più tecnica e virtuosi- smo allo stato puro nel secondo. Terra e cielo, materia e spirito, secondo l’endiadi di ogni esemplare balletto romantico che si rispetti. Ebbene è proprio nelle eteree e geometriche volute dell’atto delle Villi, le sfortunate fanciulle morte per eccesso d’a- more prima del matrimonio, che la grande ballerina russa ha dato il meglio di sé per leggerezza, im- materialità, evanescenza e bra- vura tecnica. Meno riuscita inve- ce la scena chiave della pazzia, almeno per chi ricorda la ver- sione ben più drammatica più volte danzata da Sua Levità Carla Fracci. Ma qui qualche responsa- bilità ce l’ha forse anche il lifting operato da Patrice Bart, già pri- mo ballerino dell’Opéra di Parigi, che se da una parte «rinfresca» ed alleggerisce il balletto di Co- ralli-Perrot, dall’altra elimina alcuni dettagli ormai imperdibili. Scenograficamente l’allestimen- to si raccomanda alle squisite scelte cromatiche di Anna Anni e si segnala qualitativamente per un migliorato rendimento di so- listi e corpo di ballo, in cui spic- cano la Mirtha glaciale di Ales- sandra Amato, ma anche il con- tadinesco passo a due di Alessio Gay e Alessia Barberini. Elegante e vibratile lo Albrecht di Friede- man Vogel, partner affidabile e poetico, ma sicuro e credibile anche lo Hilarion impulsivo dell’ instancabile Di Cosmo. Sul po- dio, il britannico David Garforth.

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