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Giselle torna all’Opera con le coreografie di Bart

Torna di nuovo all’Opera Giselle, il più romantico dei balletti, ovvero la più compiuta espressione romantica della danza, arte fisica ed eterea, materiale e spirituale, corporea e metafisica. Tutto questo era già presente nel capolavoro di Jean Coralli e Jules Perrot su musiche significative di Adolphe Adam apparso all’Opéra di Parigi nel 1841 nella interpretazione della leggendaria Carlotta Grisi. Un capolavoro che a Roma, dall’epoca di Diaghilev che ce lo portò nel 1911 con Karsavina e Nijinsky, è più volte ritornato con interpreti d’eccezione da Carla Fracci ad Alessandra Ferri, da Nureyev a Vassiliev. A Roma si ripresenta da stasera con i ritocchi coreografici di Patrice Bart, già primo ballerino del massimo teatro parigino, i bei costumi di Anna Anni e soprattutto con la interpretazione di Svetlana Zakharova, la grande étoile russa che anche negli spazi dispersivi all’aperto delle Terme di Caracalla ne ha dato una apprezzabile interpretazione sotto il profilo sia tecnico che espressivo. Del resto che la Zakharova sia un cavallo di razza ce ne eravamo accorti già quando ad appena 21 anni era apparsa per la prima volta sul palcoscenico del Costanzi in un Lago dei cigni da manuale nel doppio ruolo della lirica Odette (lo sfortunato cigno bianco) e della temperamentale Odile (l’illusorio cigno nero). Non solo possiede una tecnica squillante, galvanizzante, una rara forza unita ad una eleganza interpretativa, ma sa essere una attrice che danza, non solo una danzatrice ma una "danzattrice" come si conviene in un balletto narrativo come appunto Giselle. La storia della povera fanciulla innamorata, tradita dalla forza stessa dei suoi sentimenti oltre che dalla sua ingenuità adolescenziale, disegnata da Gautier come atto di amorevole omaggio per la prediletta Grisi, la sua follia e la morte, la sopravvivenza nel mondo diafano ed ultraterreno delle Willi capeggiate dalla algida ed inflessibile Mirtha trovano in questa ballerina una stupenda interprete capace di commuovere anche nelle spire del linguaggio formalista della danza accademica. Accanto a lei ritroveremo come Sigfrido anche Friedemann Vogel, capace di trascolorare dalla superficialità del principe fatuo alla presa di coscienza del responsabile morale della follia e della morte della giovane. La coppia regina sarò rilevata nelle repliche da Gaia Straccamore e Giuseppe Schiavone. Sul podio il maestro inglese David Garforth, congeniale alla danza, già applaudito nella ultima stagione estiva dell’Opera. Il balletto costituisce anche un impegnativo banco di prova per primi ballerini, solisti e corpo di ballo, desiderosi di emulare l’alto livello raggiunto negli ultimi mesi dal coro e dall’orchestra del Teatro. Non sempre infatti negli ultimi tempi il corpo di ballo si è dimostrato all’altezza della situazione, specie nei grandi balletti classici di repertorio. Del resto è anche vero che viaggia col freno a mano tirato, essendo il numero degli stabili davvero irrisorio di fronte alle esigenze di un Ente lirico (140 a Parigi, solo 45 più una trentina di aggiunti a Roma). Si replica sino a giovedi.

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