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Piazza del Gesù è una «maraviglia»

diLIDIA LOMBARDI Guardate la sequenza fotografica qui accanto. Fissa uno dei «miracoli» di Roma, esemplare riassunto di quanto capita nella città barocca. Il luogo è la Chiesa del Gesù, nella piazza che porta lo stesso nome e che evoca i fasti della Dc che qui aveva sede. La cappella a sinistra che conserva l'urna di Sant'Ignazio, fondatore dell'Ordine dei Gesuiti, è la scena del prodigio. Perché qui il fratello gesuita Andrea Pozzo da Trento, campione del tecnicismo seicentesco e dell'arte dell'illusione praticata dalla Controriforma, ne ha fatta una delle sue. Ha ideato uno spazio cha sembra esplodere per forza interna, grazie alle due coppie di colonne sormontate da archi spezzati. E ci ha sistemato in mezzo una «macchina» azionata da bilancieri che - a invisibile comando - cala la pala d'altare che raffigura il santo di Loyola. Dietro compare ancora l'aureolato combattente della Compagnia di Gesù. Ed è una statua d'oro e d'argento, che campeggia in una nicchia di bronzo dorato, lapislazzuli e marmi e pare scaraventara fuori, tanta è la sapienza architettonica della cappella. Da domani, dopo lavori di restauro, il «rito» dell'apparizione di Ignazio si ripete ogni giorno, alle 17,30. Puntuale come una messinscena teatrale. Più sensazionale di una teofania, specie ora che scende presto la sera e la penombra agguanta la grande chiesa, voluta nel 1550 da Ignazio ma finanziata trent'anni dopo da Paolo III Farnese e dal cardinale nipote Alessandro. Pronti, ciak. Si avvia la musica del «Gloria» di fratello Zipoli, organista seicentesco. Si illuminano in sequenza il gruppo della Trinità, in cima alla cappella, poi gli angeli ai lati, lo stemma JHS, simbolo della Compagnia, infine la tela, che comincia a calare. Fino alla discoperta totale del simulacro di Ignazio. Che apparizione, che «maraviglia». La stessa che proiettano la volta e la cupola, che il Baciccia dipinse tra stucchi dorati a gloria del nome di Gesù. La stessa che fratello Pozzo profuse nella cupola finta - quintessenza del trompe l'oeil - dell'altra chiesa gesuitica, la vicina Sant'Ignazio, alle spalle del Collegio Romano. Architettonicamente tutte e due le chiese crearono uno stile, mischiando la misura del tardo rinascimento con gli azzardi del barocco. Ed entrambe s'impongono improvvise, con la loro mole bianca, in due piazze non troppo grandi, quasi spingendo i fedeli ad entrare. Piazza del Gesù ha oggi i riflettori accesi anche per un altro nobile edificio, che racconta tanto della Roma dei nobili e dei pontefici. È Palazzo Altieri, del quale il tempio del Gesù è come l'enorme «parrocchia». Fu voluto a metà del Seicento da una delle più potenti famiglie capitoline, gli Altieri appunto, che ebbero l'exploit di un papa, Clemente X, sul soglio di Cristo dal 1670 al 1676. Ora gli Altieri ne mantengono una piccola parte, mentre il più è sede dell'Abi, Associazione Banche Italiane, che oggi celebra la decima edizione di Invito a Palazzo, aprendo in tutta Italia gratuitamente al pubblico cinquanta sedi di istituti di credito ospitati in edifici storici o impreziositi da capolavori di pittura e di scultura. C'è lo stemma del Papa Re sul portale di Palazzo Altieri. Sormonta una facciata sobria, appena increspata dal volume di colonne e dal balcone d'onore dell'ingresso principale. Ma all'interno l'architetto De Rossi si scatena: due grandi cortili, uno scalone di travertino, una fuga di sale: la Verde, la Rossa, quella degli Specchi, la Pompeiana, quella Ovale. Il salone di rappresentanza è affrescato da Carlo Maratta, col Trionfo della Clemenza, in omaggio al papa Altieri. Ma ci trovi opere di Luca Giordano, di Camuccini, di Bernardo Strozzi, del Bellori. E, nella Biblioteca, un busto di Clemente X firmato dal Bernini. Tanto potere si scontrò però con la testardaggine di una povera vedova, la Berta. Abitava in una piccola casa che la fabbrica del palazzo prevedeva di abbattere. Ma lei no, pestando i piedi diceva che non si sarebbe mossa di lì. Non era epoca di espropri e si decise di inglobare la casetta della comare dentro al palazzo. Il risultato si vede anche oggi. Nel lato su via di Santo Stefano del Cacco resistono una finestrella e una porticina. Berta finì i suoi giorni qui.

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