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Il divo Sorrentino

Applausi e commozione per l'atteso film di Paolo Sorrentino «This Must be the Place», secondo film italiano in corsa per la Palma d'oro e da ottobre nelle sale distribuito da Medusa. Al termine della proiezione un'ovazione durata dieci minuti. Protagonista è Sean Penn, nel ruolo di Cheyenne, cantante dark e decadente. L'ex star 50enne, sospesa tra noia e depressione, è un eterno bambino che porta gli stessi capelli lunghi, il medesimo trucco pesante sugli occhi, con tanto di rossetto e unghie laccate nere. Cheyenne vive come un ricco pensionato nella sua villa di Dublino, con la moglie (McDormand) sfoggiando un modo di parlare in falsetto, che lo rende spesso buffo come una caricatura. Ogni tanto frequenta una sua fan, Mary (Eve Ewson) che, nonostante la sua giovane età, dà sostegno alla sua anima di eterno Candido. La morte del padre (da cui Cheyenne non si è sentito mai amato), un ebreo che ha subito umiliazioni da un ufficiale nazista, lo condurrà in viaggio per l'America alla ricerca di quel criminale ultra novantenne. La vendetta è inaspettata e tra le fredde montagne dello Utah Cheyenne lascerà il vecchio nazista nudo in mezzo alla neve. «This Must Be The Place» (titolo della canzone di David Byrne dei Talking Heads che ha curato anche la musica e ha fatto un piccolo cameo), diventa un road movie, nel quale ha una piccola parte anche il song-writer folk-rock Bonnie Prince Billy. «Sono partito dalla mia curiosità sui nascondigli dei criminali nazisti e dall'interesse per un romanzo di formazione di un uomo rimasto bambino fino a 50 anni, un ruolo per cui mi sembrava ideale una rockstar - ha detto ieri Sorrentino in un'affollata conferenza stampa - Sean Penn lo avevo conosciuto qui al festival quando nel 2008 ho presentato "Il Divo" e lui era presidente della giuria. È la mia quarta volta a Cannes (su 5 film realizzati) ma si costruisce una carriera su questo. Se avrò la Palma d'oro? Penso di no. Stare qui in concorso è già il miglior risultato possibile. Questo mio film lo considero la risposta alle dichiarazioni naziste di Von Trier. Credo che non basti mai porsi domande e fare deduzioni sul perché dell'Olocausto», ha concluso il regista napoletano che ha scritto la sceneggiatura con Umberto Contarello. «Ho visto i suoi precedenti lavori e mi sono detto "accidenti questo regista ha una mente molto originale". Così ho accettato di interpretare questa rockstar depressa. Sorrentino - ha detto Sean Penn - è un maestro del cinema molto ispirato: era come se lui suonasse il piano e io girassi solo le pagine. Il mio personaggio ha un senso di vendetta tipica degli americani, basta guardare la reazione che hanno avuto di recente alla morte di Osama bin Laden». A chi gli chiedeva notizie sulla sua presunta lovestory con Scarlett Johansson, l'attore ha poi risposto: «Un segreto resta un segreto». Tanti i riferimenti del film a Edward Hopper (negli interni), a David Lynch e al Wenders di «Paris Texas» per gli esterni. Il film, coproduzione italo-franco-irlandese realizzata da Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti, Francesca Cima e Medusa, è costato 28 milioni di dollari. Ieri è passato in concorso un altro capolavoro, «Drive», noir tratto da un romanzo di James Sallis, pieno di ritmo e musica, piombato in questo festival che sembrava essersi dedicato finora troppo ai cinefili. Firmato dal 49enne danese Nicolas Winding Refn (una sorta di Tarantino europeo), racconta con stile e ironia la storia di uno stuntman (Ryan Gosling, attore e musicista indie rock dei Dead Men's) che di notte diventa ladro di automobili, con una faccia da bravo ragazzo e le movenze lente alla Eastwood. Tra una rapina e l'altra s'innamora di Irene (Carey Mulligan), la bella vicina con tanto di figlio a carico. Ma quando un colpo gli va male tira fuori tutta la sua ferocia: non usa armi da fuoco, ma guida a 200 km all'ora la sua Mustang per le strade di Los Angeles ammazzando i nemici, usando per l'occasione anche martello, chiodi, forchette, fino a spaccare la testa al boss con i tacchi delle sue scarpe. Per il regista Refn, sono «inaccettabili le frasi di Von Trier su Hitler e Israele. Il suo è forse il frutto di una mentalità ristretta del nostro Paese a volte incapace di vedere agli altri popoli».

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