General

La casa di tutti gli italiani

diLIDIA LOMBARDI Dal Torrino del colle più alto lo sguardo s'allarga sulla caput mundi. Insegue le cupole, le altane, i ruderi. Ripassa epoche, gloria e infamie, risse, invasioni, fanfare. Svaria dal Colosseo al Cupolone, dalla Torre delle Milizie alla fantasmatica Consulta. Il Quirinale è davvero la casa degli italiani, come ama dire il presidente Napolitano. È il palazzo che tutto compendia, che stratifica significati e usi. Visitarlo è un tuffo nella nostra identità. Ha sotto le zolle alte dei suoi giardini i resti del tempio di Quirino. Quasi un'investitura che incolla la divinità per eccellenza dell'Urbs al luogo deputato dell'Italia Unita. Ma c'è, forte e carismatico, il segno del Vaticano, tutt'uno con quello delle grandi famiglie romane. L'idea di un palazzetto sul posto più salubre di Roma, per passarci l'estate, fu di Gregorio XIII, che compra un terreno dei Carafa affittato ai d'Este. È il 1583, s'affaccia già la maraviglia del Barocco. Il pontefice affida a Ottaviano Mascarino il progetto. Quello che ne resta conferma che era un'idea forte. Il cortile d'onore - dove ora si schierano i Corazzieri ma andando a ritroso i cavalli dei Savoia, di Napoleone, di Papa Re, orgogliosi come in un quadro di Fattori - ha nel lato del Mascarino la facciata a doppia loggia, perfetta per un luogo di delizie. Sopra, appunto, il Torrino, detto «dei venti». Ancora più in alto vollero andare in pieno Seicento Carlo Maderno e l'austero Borromini: ecco il campaniletto a vela che adesso con quelle due bandiere, tricolore e azzurra a stelle dell'Europa, è come il logo della Repubblica Italiana. Torniamo al Mascarino. Il diapason della sua fantasia nella scala interna: una «chiocciola» si inerpica ellittica con scalini bassi - buoni pure per i cavalli - fino al lucernario che luccica più di un'aureola. Non per niente, portava agli appartamenti del Pontefice. I papi s'innamorarono del Colle. Ognuno aggiunse, ad articolare anche le vie e le piazze attorno. Sisto V volle il crocicchio delle Quattro Fontane e per lui Carlo Fontana sistemò la piazza. Con la fontana e i Dioscuri, che si dice scolpiti da Fidia e Prassitele. Piacquero parecchio, piazza e sculture, ai sudditi del papa, che affibbiarono al colle dove si respirava il ponentino un nome alla buona, «Monte Cavallo». Paolo V, il papa Farnese, si svenò per la cappella privata, detta dell'Annunziata. Firmarono i maggiori artisti, da Guido Reni ad Antonio Carracci, al Lanfranco. E ne volle un'altra, di cappella, la Paolina. Una replica della Sistina, identica per dimensioni e anche per l'uso, visto che ci si tennero alcuni conclavi. Un blasone che piacque ai Savoia. Umberto e Maria Josè si sposarono qui. Nel Settecento il palazzo continuò a gonfiarsi. Urbano VIII allargò i giardini, Alessandro VII aggiunse la «Manica Lunga», il braccio in via del Quirinale. Ci mise mano Ferdinando Fuga. Squaderna gli appartimenti privati del Capo dello Stato. Ma pure quelli imperiali, destinati a re e presidenti in visita. Furono i Savoia a scialacquare in ornamenti, per fare bella figura col Kaiser Guglielmo II, ospite nel 1888 e nel 1893. Del resto i piemontesi ce la misero tutta a trasformare il Quirinale in reggia. E se il vecchio bastioncino che chiude la piazza affibbia al complesso una nota militaresca, all'interno sale e salotti virano il sacro in profano. Resta sì, nello scalone, l'affresco col Cristo in gloria che ricorda a chi esce d'aver ricevuto la benedizione del Santo Padre. Ma quanto glamour nella Sala delle Feste, fortissimamente voluta dalla Regina Margherita trasformando la Sala Regia, dedicata ai concistori. Voilà il palco per l'orchestra, voilà le decorazioni col Trionfo dell'Italia. Voilà il tappeto più grande d'Europa, 300 metri quadri. Come una furia ci mise lo zampino pure Napoleone. Restyling tra il 1809 e il 1814. Di una sala ne fece tre (Gialla, di Augusto, degli Ambasciatori). Murò finestre, distrusse gli affreschi di Pietro da Cortona, portò via un Guercino e un Tiziano in cambio di mobili e arazzi francesi. Tanto bailamme per nulla: il Corso non abitò mai sul Colle. Idem Pertini. Laico e spiccio, come il generale-imperatore.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.